


Sul Fatto Quotidiano Nando Dalla Chiesa firma un articolo duro e necessario: “Fotocopie e altre mascalzonate”. Un testo che non si limita a criticare Donald Trump, ma va più a fondo e chiama in causa una responsabilità spesso rimossa: quella dell’elettore che ha scelto di non scegliere.
La “fotocopia” evocata da Dalla Chiesa non è una battuta né una figura retorica innocua. È l’alibi politico di chi, di fronte a un bivio storico, si rifugia nel comodo “sono tutti uguali”. Un rifugio narcisistico, autoassolutorio, che consente di chiamarsi fuori mentre il mondo va a fuoco.
L’autore non condanna l’astensionismo in quanto tale. Sa bene – e lo ricorda – che in alcuni momenti storici può essere una scelta politica consapevole. Ma qui il punto è un altro: quando sai che uno dei due candidati rappresenta una minaccia aperta alla democrazia, allo stato di diritto, alla pace internazionale, l’astensione smette di essere neutrale. Diventa corresponsabilità.
Chi sapeva e non ha votato, chi ha scelto di fare lo spettatore per sentirsi più puro, più lucido, più “intelligente”, ha messo in bilancio la possibilità del peggio. Non per distrazione, ma per calcolo. Non è la colpa lieve di chi fa cadere un vaso di fiori dal davanzale, ma quella grave di chi accetta consapevolmente il rischio di una catena di tragedie umane e civili.
La responsabilità dell’elettore
Questa è la parte che disturba di più, ma anche la più vera. L’elettore americano ha avuto una responsabilità piena, sia nel voto sia nel non voto. Non esistono scappatoie morali quando la scelta è tra difendere la democrazia o spalancare la porta alla sua demolizione.
Il ragionamento della “fotocopia” – i democratici sono uguali, anche loro hanno colpe, tanto vale non scegliere o scegliere l’“originale” – è una mascalzonata politica. Cancella le differenze reali, morali e materiali tra le alternative e trasforma il disincanto in una presunta virtù.
Ma la storia non funziona così. Le scelte, anche quelle mancate, producono effetti. E oggi quegli effetti sono visibili: guerre incoraggiate, diritto internazionale calpestato, violenza normalizzata, autoritarismo legittimato.
Non è moralismo. È politica nel senso più concreto e responsabile del termine. Chi poteva impedire tutto questo e ha scelto di non farlo non può chiamarsi fuori. La democrazia non presenta subito il conto. Ma prima o poi, lo presenta sempre.
