
In un articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano, il filosofo Paolo Ercolani individua uno degli aspetti più inquietanti della fase politica americana: non tanto le azioni, pur gravi e spesso violente, dell’amministrazione Trump, quanto il silenzio quasi totale dell’establishment democratico.
Figure simbolo come Obama, Clinton e Biden appaiono politicamente afone, incapaci di offrire una vera opposizione. Mentre nelle piazze non mancano proteste e mobilitazioni, la denuncia pubblica degli eccessi autoritari del trumpismo sembra affidata più a personalità dello spettacolo che a una classe dirigente strutturata. Un’opposizione mediatica, buona per i social, ma politicamente sterile.
Il nodo centrale dell’analisi di Ercolani è però più profondo: la responsabilità storica della sinistra occidentale, americana e non solo, nell’aver spianato la strada alle destre estreme. Dopo il 1989, nel tentativo di accreditarsi presso il nuovo pensiero unico neoliberale, i partiti eredi del socialismo hanno progressivamente smantellato lo Stato sociale, abbandonato il keynesismo, precarizzato il lavoro, privatizzato beni pubblici e deregolamentato la finanza.
Le stagioni di Clinton negli Stati Uniti, Blair nel Regno Unito, Schröder in Germania e Prodi in Italia rappresentano questo passaggio storico: una sinistra che, per dimostrarsi “responsabile” e “moderna”, ha rinunciato alla giustizia sociale, contribuendo ad allargare la forbice delle disuguaglianze.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: insicurezza sociale, impoverimento delle classi medie e popolari, perdita di fiducia nella politica. In questo vuoto, le destre reazionarie hanno potuto presentarsi come falsa alternativa, canalizzando rabbia e frustrazione verso razzismo, nazionalismo e sovranismo.
A ciò si aggiunge una sinistra sempre più concentrata su un progressismo elitario, capace di parlare il linguaggio dei diritti civili ma incapace di affrontare la questione sociale. Una sinistra percepita come lontana, aristocratica, culturalmente autoreferenziale, che ha perso il contatto con la vita materiale delle persone comuni.
Non sorprende allora che una larga parte dell’elettorato non voti più. Non per disinteresse, ma per rifiuto di una scelta considerata priva di rappresentanza reale: da un lato una destra aggressiva e regressiva, dall’altro una sinistra che ha smesso di parlare di lavoro, redistribuzione, welfare e sicurezza sociale.
La crisi della democrazia americana – e occidentale – non nasce solo da Trump. Nasce prima, e più in profondità, dal tradimento della sinistra verso le proprie ragioni storiche. Finché questo nodo non verrà affrontato, ogni appello alla difesa della democrazia rischia di restare retorica vuota.
