Meloni e Vannacci: alleati, problema o risorsa politica? Il dibattito divide il centrodestra.

Tra calcoli elettorali, tensioni interne e rapporti con Marina Berlusconi, il fenomeno Vannacci continua a influenzare gli equilibri del centrodestra oltre il suo reale peso politico.

Nel centrodestra italiano c’è un nome che continua a occupare il dibattito politico ben oltre il suo effettivo peso parlamentare: Roberto Vannacci.

L’analisi di Alessandro De Angelis mette in evidenza un paradosso interessante. Da un lato il generale appare come un fenomeno mediatico costruito attorno a provocazioni, dichiarazioni controverse e una comunicazione fortemente identitaria. Dall’altro, proprio questa dimensione simbolica sembra esercitare un’influenza crescente sugli equilibri della coalizione di governo.

La recente partecipazione di Vannacci a “Otto e Mezzo”, in un contesto televisivo tradizionalmente poco favorevole alle posizioni della destra sovranista, viene letta come una scelta comunicativa precisa. Andare “fuori casa”, affrontare interlocutori ostili e alimentare il conflitto mediatico permette di consolidare il profilo del leader che combatte contro il sistema, una strategia già utilizzata in passato da Giorgia Meloni e Matteo Salvini quando erano all’opposizione.

Secondo De Angelis, tuttavia, il fenomeno Vannacci non può essere paragonato alle grandi esperienze della destra radicale europea. Non possiede la storia del Front National francese né le radici profonde che hanno favorito l’ascesa dell’AfD in Germania. I sondaggi non mostrano una crescita tale da farne una forza autonoma in grado di rivoluzionare gli equilibri politici.

Eppure continua a preoccupare.

La ragione sarebbe soprattutto identitaria. Vannacci esprime infatti idee, sensibilità e posizioni che una parte dell’elettorato sovranista continua a condividere ma che i partiti di governo, una volta arrivati al potere, sono costretti a moderare. In questo senso il “Vannacci esterno” rappresenta una sorta di specchio che riflette ciò che una parte della destra pensa ancora ma non può più dire apertamente.

Da qui nasce quella che l’autore definisce una vera e propria ossessione.

L’aspetto più interessante dell’analisi riguarda però il rapporto tra Giorgia Meloni e Marina Berlusconi. Secondo questa lettura, il generale potrebbe trasformarsi in una carta tattica utile alla premier per consolidare la propria leadership nel centrodestra.

Il ragionamento è semplice: qualora in futuro emergessero tensioni con l’area più moderata e liberale rappresentata dalla famiglia Berlusconi, la presenza di una forza identitaria alla destra di Fratelli d’Italia potrebbe diventare un argomento politico per sostenere che quei voti sono indispensabili per mantenere la maggioranza e vincere le elezioni.

In questo scenario Vannacci non sarebbe tanto una minaccia quanto uno strumento di pressione all’interno della coalizione.

Naturalmente si tratta di un equilibrio delicato. Lo stesso generale sembra consapevole dei limiti entro cui può muoversi. Non a caso negli ultimi interventi pubblici è apparso più critico verso Marina Berlusconi che verso Giorgia Meloni.

La vicenda conferma una dinamica che attraversa molte democrazie occidentali: i partiti che arrivano al governo sono costretti a confrontarsi con una parte del proprio elettorato che percepisce ogni compromesso come un tradimento. Da questa tensione nascono figure come Vannacci, capaci di esercitare un’influenza politica spesso superiore alla loro reale consistenza elettorale.

Ed è proprio questa la “trappola dell’identità” di cui parla De Angelis: una volta evocata e alimentata, diventa difficile liberarsene senza pagare un prezzo politico.


Fonte: Alessandro De Angelis

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