Case di Comunità inaugurate ma spesso senza medici, servizi e assistenza continuativa. La riforma della medicina territoriale si blocca e il rischio è che le nuove strutture restino scatole vuote mentre aumentano le difficoltà per cittadini e pazienti.

Il Governo fa marcia indietro sulla riforma dei medici di famiglia e, ancora una volta, a pagare il prezzo delle indecisioni politiche sono i cittadini.

A pochi giorni dalla scadenza degli obiettivi previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per il rafforzamento della sanità territoriale, emerge una realtà che preoccupa operatori e pazienti: molte delle Case di Comunità realizzate grazie ai fondi europei rischiano di restare strutture vuote o fortemente sottoutilizzate.

Secondo i dati diffusi da Agenas, oltre la metà delle Case di Comunità attualmente attive non offre ancora i servizi previsti dal progetto originario. Dietro le insegne e le inaugurazioni mancano spesso medici, specialisti, diagnostica di base e assistenza continuativa.

L’obiettivo della riforma era chiaro: portare la sanità più vicino ai cittadini, rafforzare la medicina territoriale e ridurre la pressione sui pronto soccorso. Per raggiungere questo risultato il Ministero della Salute e le Regioni avevano ipotizzato di rendere obbligatoria una presenza minima dei medici di medicina generale nelle nuove strutture.

Di fronte alle proteste dei sindacati di categoria e alle divisioni all’interno della stessa maggioranza di governo, il progetto è stato però accantonato.

Ancora una volta la politica sceglie la strada del rinvio.

  • difficoltà nel trovare un medico di famiglia;
  • studi aperti per poche ore al giorno;
  • liste d’attesa sempre più lunghe;
  • carenza di personale sanitario;
  • pronto soccorso sovraffollati;
  • crescente ricorso alla sanità privata.

Si tratta di criticità che interessano tutto il Paese ma che assumono un peso ancora maggiore nelle aree periferiche e nei territori interni, dove la presenza dei servizi sanitari è già stata fortemente ridimensionata negli ultimi anni.

Anche in Liguria e nel savonese le conseguenze sono evidenti. Da tempo cittadini, associazioni e comitati denunciano la difficoltà di accedere alle cure, la mancanza di personale e la progressiva perdita di servizi essenziali.

La pandemia aveva dimostrato quanto fosse importante una medicina territoriale forte, capace di intercettare i bisogni dei cittadini prima che questi si trasformassero in emergenze ospedaliere.

La sanità pubblica non si rilancia con le inaugurazioni e con le fotografie davanti ai cantieri conclusi.

Servono investimenti strutturali sul personale, una programmazione seria e il coraggio di affrontare le resistenze corporative quando queste ostacolano l’interesse generale.

La sanità pubblica italiana non ha bisogno di nuove promesse. Ha bisogno di medici, infermieri e servizi realmente accessibili.

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