
Da Roma alle Marche fino alla Val Bormida cresce il fronte dei territori che chiedono di investire nell’economia circolare anziché nella costruzione di nuovi inceneritori.
Negli ultimi mesi il dibattito sulla gestione dei rifiuti ha assunto una dimensione nazionale. Da Roma alle Marche, passando per la Liguria e la Val Bormida, cresce un fronte sempre più ampio composto da cittadini, comitati, associazioni ambientaliste e forze politiche che contestano la realizzazione di nuovi termovalorizzatori.
Pur partendo da realtà territoriali differenti, le motivazioni sono sorprendentemente simili: investire oggi centinaia di milioni di euro in impianti destinati a funzionare per i prossimi trent’anni significa, secondo i contrari, vincolare il futuro della gestione dei rifiuti a un modello che rischia di entrare in conflitto con gli obiettivi europei di prevenzione, riuso, riciclo e recupero di materia.
Roma: il progetto di Santa Palomba divide il Paese
Il caso più noto è quello di Roma, dove è prevista la realizzazione di un termovalorizzatore da circa 600.000 tonnellate annue nell’area di Santa Palomba.
L’amministrazione capitolina considera l’impianto indispensabile per rendere la città autosufficiente nella gestione dei rifiuti e ridurre il ricorso alle discariche.
Attorno al progetto, però, si è sviluppata una forte mobilitazione.
Comitati cittadini, associazioni ambientaliste e numerose amministrazioni locali dei Castelli Romani contestano l’opera, sostenendo che le risorse dovrebbero essere destinate alla prevenzione dei rifiuti, al riuso, al riciclo e agli impianti per il recupero di materia.
Sul piano politico il Movimento 5 Stelle si oppone al progetto fin dalla sua presentazione. Anche Alleanza Verdi e Sinistra ha espresso una netta contrarietà, mentre amministrazioni locali e realtà civiche hanno promosso iniziative istituzionali e ricorsi.
Marche: cresce la mobilitazione contro il nuovo Piano rifiuti
Una situazione analoga si sta sviluppando nelle Marche, dove il nuovo Piano regionale dei rifiuti prevede un termovalorizzatore da circa 370.000 tonnellate annue.
Secondo la Regione, l’impianto rappresenta il tassello finale necessario per raggiungere l’autosufficienza nella gestione dei rifiuti.
Ma il progetto ha incontrato una crescente opposizione.
Davanti al Consiglio regionale si sono svolti presìdi organizzati da comitati civici e associazioni ambientaliste.
Tra le realtà impegnate figurano Legambiente Marche, Marche a Rifiuti Zero e numerose associazioni territoriali.
Anche il fronte politico appare compatto.
La capogruppo del Movimento 5 Stelle Marche, Marta Ruggeri, ha definito il termovalorizzatore una scelta «costosa, inquinante e incompatibile con una vera economia circolare», sostenendo che gli investimenti dovrebbero essere destinati alla prevenzione, al riuso e al riciclo.
Anche Alleanza Verdi e Sinistra ha espresso una posizione contraria, ritenendo superata la scelta dell’incenerimento e chiedendo politiche coerenti con gli obiettivi europei dell’economia circolare.
Liguria: la Val Bormida non vuole diventare il polo dell’incenerimento
In Liguria il confronto è ormai entrato nella fase decisiva.
Con la chiusura della raccolta delle manifestazioni di interesse per il nuovo termovalorizzatore regionale, le principali ipotesi localizzative riguardano la Val Bormida, territorio che porta ancora le conseguenze ambientali di decenni di industrializzazione.
Proprio qui è nato il Coordinamento No Inceneritore Valle Bormida Ligure e Piemontese, che riunisce associazioni e comitati dei due versanti della valle e che negli ultimi mesi ha promosso incontri pubblici, approfondimenti tecnici e iniziative di sensibilizzazione.
Anche sul piano politico il dissenso è trasversale.
Il Movimento 5 Stelle ribadisce la propria contrarietà, sostenendo che il problema non sia soltanto la localizzazione dell’impianto, ma la scelta stessa dell’incenerimento, ritenuta incompatibile con una visione moderna della gestione dei rifiuti e ingiusta nei confronti di un territorio già profondamente segnato da servitù industriali.
Anche Partito Democratico e Alleanza Verdi e Sinistra hanno espresso forti perplessità sul progetto regionale, sostenendo che il termovalorizzatore non sia necessario e che la Liguria debba completare la rete degli impianti dedicati al recupero di materia e incrementare ulteriormente la raccolta differenziata.
A queste posizioni si affiancano quelle di numerosi amministratori locali e associazioni ambientaliste che chiedono maggiore trasparenza e un reale coinvolgimento dei territori interessati.
Tre territori, una stessa domanda
Le situazioni di Roma, Marche e Liguria presentano differenze amministrative e territoriali, ma pongono una questione comune.
Ha ancora senso investire oggi centinaia di milioni di euro in impianti progettati per funzionare almeno trent’anni, quando l’Unione Europea punta a ridurre progressivamente la quantità di rifiuti residui attraverso prevenzione, riuso, riciclo e recupero di materia?
Per i sostenitori dei termovalorizzatori questi impianti rappresentano una componente necessaria per chiudere il ciclo dei rifiuti.
Per i contrari, invece, rischiano di rallentare la transizione verso un modello realmente circolare, perché hanno bisogno di essere alimentati con grandi quantità di rifiuti per garantirne la sostenibilità economica.
Verso una rete nazionale dei territori
L’impressione è che stia nascendo una vera e propria rete nazionale di territori che chiedono un cambio di paradigma nella gestione dei rifiuti.
Roma, Marche e Val Bormida dimostrano che il confronto non riguarda soltanto il luogo dove costruire un impianto, ma il modello di sviluppo ambientale che l’Italia intende adottare nei prossimi decenni.
Un confronto destinato a proseguire e che potrebbe favorire un dialogo sempre più stretto tra comitati, associazioni e amministrazioni locali impegnati nella promozione dell’economia circolare.
