Slopaganda: come l’intelligenza artificiale rischia di normalizzare la violenza politica

Il caso Vannacci riporta al centro il tema dell’uso dell’intelligenza artificiale nella comunicazione politica. La “slopaganda” non è solo provocazione: è una tecnica che può contribuire a desensibilizzare soprattutto i più giovani verso la violenza verbale e simbolica, mettendo alla prova la qualità del dibattito democratico.

L’intelligenza artificiale può arricchire il dibattito pubblico oppure trasformarsi in uno strumento di propaganda. La sfida è difendere la democrazia senza rinunciare all’innovazione.

L’intelligenza artificiale sta cambiando profondamente il modo di comunicare. Può essere uno strumento straordinario per informare, creare e innovare. Ma può diventare anche un potente mezzo di manipolazione quando viene utilizzata per costruire narrazioni capaci di abbattere progressivamente i confini etici del dibattito pubblico.

Il caso dei contenuti diffusi dai canali social dell’eurodeputato Roberto Vannacci rappresenta uno degli esempi più significativi di questa nuova deriva comunicativa. Video realizzati con l’intelligenza artificiale, immagini volutamente sopra le righe e linguaggi mutuati dai videogiochi e dai kolossal cinematografici vengono utilizzati per rappresentare scenari nei quali gli avversari politici vengono umiliati, eliminati o simbolicamente “giustiziati”.

Non si tratta semplicemente di satira.

Gli studiosi della comunicazione utilizzano sempre più spesso un termine preciso: “slopaganda”, cioè l’unione tra propaganda politica e “AI slop”, quella produzione seriale di contenuti generati artificialmente, spesso di qualità modesta ma estremamente efficace nel catturare l’attenzione e alimentare reazioni, condivisioni e polemiche.

La forza di questa tecnica non sta nella qualità dei contenuti, ma nella loro quantità e nella loro continua ripetizione. Ogni video sposta leggermente più in là il limite di ciò che viene considerato accettabile. Ciò che ieri avrebbe indignato, oggi viene liquidato come una battuta. Domani rischia di diventare normale.

La politica trasformata in videogioco

Uno degli aspetti più preoccupanti è la trasformazione della politica in una sorta di videogioco. L’avversario non è più qualcuno con cui confrontarsi democraticamente. Diventa il nemico da sconfiggere, umiliare o eliminare.

La grammatica visiva è quella dei videogame: effetti speciali, combattimenti, punizioni spettacolari, scenari imperiali e atmosfere da kolossal. Chi osserva viene coinvolto non attraverso il ragionamento, ma attraverso il divertimento e la spettacolarizzazione.

È un meccanismo psicologico potente. La violenza non viene proposta apertamente come violenza. Viene trasformata in spettacolo, gioco, meme e contenuto virale. Ed è proprio questa leggerezza apparente a renderla ancora più pericolosa.

Il rischio della desensibilizzazione

Il problema non è soltanto il singolo video. Il rischio nasce dalla ripetizione continua di immagini, parole e rappresentazioni che abbassano progressivamente la soglia dell’indignazione.

Quando l’insulto diventa una battuta, l’umiliazione un meme e l’eliminazione simbolica dell’avversario una scena divertente, il pubblico finisce per abituarsi. Le immagini scioccanti smettono di scioccare. La violenza verbale perde gravità. L’aggressività diventa parte ordinaria del linguaggio politico.

La vera forza della slopaganda non consiste necessariamente nel convincere. Consiste nel rendere normale ciò che prima sembrava inaccettabile.

Perché i giovani sono più esposti

L’aspetto più delicato riguarda le nuove generazioni. Chi oggi ha quindici o vent’anni è cresciuto in un ambiente digitale nel quale realtà, finzione, ironia, provocazione e propaganda si mescolano continuamente.

I contenuti politici scorrono sullo stesso schermo insieme a video musicali, sketch comici, partite online, influencer e pubblicità. L’algoritmo non distingue tra educazione civica, satira e propaganda. Premia ciò che genera attenzione, rabbia, divertimento o condivisioni.

In questo contesto la credulità può attecchire facilmente, soprattutto quando un contenuto conferma pregiudizi, paure o convinzioni già presenti. Molti giovani possono non riconoscere immediatamente ciò che è stato generato dall’intelligenza artificiale, né comprendere fino in fondo la strategia comunicativa che si nasconde dietro quelle immagini.

Il rischio non è sostenere che un video produca automaticamente comportamenti violenti. Sarebbe una semplificazione. Il pericolo reale è la progressiva desensibilizzazione: ci si abitua all’insulto, all’aggressione simbolica e alla rappresentazione della violenza come qualcosa di normale, divertente o persino desiderabile.

Quando si allenta la sensibilità verso la violenza verbale, diventa più facile tollerare anche forme sempre più aggressive di conflitto sociale e politico. Il passaggio dalla parola al gesto non è automatico, ma una società che banalizza continuamente la sopraffazione costruisce un terreno culturale nel quale l’aggressività trova meno ostacoli.

La scusa della goliardia

Ridurre questi contenuti a semplice “goliardia digitale” significa utilizzare uno scudo retorico molto efficace. Ogni critica viene respinta sostenendo che si trattava soltanto di uno scherzo e accusando chi protesta di non avere senso dell’umorismo.

Ma la libertà di espressione non esclude la responsabilità politica. Un rappresentante delle istituzioni non comunica come un cittadino qualsiasi. Le sue parole e le sue immagini hanno un peso pubblico, influenzano il linguaggio dei sostenitori e contribuiscono a definire ciò che è accettabile nel confronto democratico.

Quando la rappresentazione dell’eliminazione dell’avversario diventa un prodotto seriale, non siamo più davanti a una battuta occasionale. Siamo davanti a una precisa strategia comunicativa.

Il silenzio e il traccheggiamento del centrodestra

Di fronte a questa deriva, ciò che colpisce è anche l’atteggiamento di una parte del centrodestra. Il dibattito sembra concentrarsi quasi esclusivamente sulla convenienza o meno di allearsi con Vannacci, sui suoi rapporti con gli altri partiti e sul possibile peso elettorale della sua area politica.

Manca invece una presa di posizione netta sui modi e sui toni della sua propaganda. Manca la volontà di affermare chiaramente che la rappresentazione violenta dell’avversario politico è incompatibile con un confronto democratico serio.

Continuare a trattare il fenomeno come una semplice eccentricità comunicativa significa legittimarlo. Il problema non è soltanto con chi Vannacci si alleerà, ma quale idea di politica e di società viene veicolata attraverso questa comunicazione.

La responsabilità dei media e delle istituzioni

Anche il giornalismo ha una responsabilità fondamentale. Non basta rilanciare questi video contribuendo alla loro viralità. Occorre spiegarne i meccanismi, analizzare le tecniche di manipolazione emotiva e aiutare i cittadini a distinguere la satira dalla propaganda costruita per normalizzare aggressività e autoritarismo.

Le istituzioni, dal canto loro, devono interrogarsi su come tutelare la qualità del dibattito pubblico senza trasformare ogni intervento in censura. Il punto non è vietare l’intelligenza artificiale, ma rendere trasparente il suo utilizzo, rafforzare l’educazione digitale e pretendere maggiore responsabilità da chi ricopre incarichi pubblici.

Educare alla cittadinanza digitale

La risposta più efficace non può essere soltanto repressiva. Deve essere culturale ed educativa.

Occorre insegnare fin dalla scuola a riconoscere i contenuti generati artificialmente, verificare le fonti, comprendere il funzionamento degli algoritmi e individuare le tecniche utilizzate per suscitare paura, rabbia o desiderio di sopraffazione.

L’educazione civica deve diventare anche educazione alla cittadinanza digitale. I giovani devono essere messi nelle condizioni di comprendere che una scena spettacolare non è mai neutrale e che anche un meme può veicolare una precisa visione politica.

Chiamare le cose con il loro nome

L’intelligenza artificiale non è il problema. Il problema è l’uso che se ne fa.

Se viene utilizzata per trasformare la politica in un videogioco, alimentare la polarizzazione e anestetizzare progressivamente la sensibilità verso la violenza, il danno non riguarda soltanto il dibattito pubblico. Riguarda la qualità stessa della democrazia.

Politica, giornalismo e istituzioni hanno quindi il dovere di chiamare le cose con il loro nome. La slopaganda non è una semplice forma di goliardia. È una strategia che utilizza l’intelligenza artificiale per rendere accettabili immagini, parole e pulsioni che dovrebbero restare fuori dal confronto democratico.

Una società che smette di indignarsi davanti alla violenza, anche quando viene presentata come intrattenimento, rischia di accorgersi troppo tardi che il confine tra finzione e realtà è diventato sempre più sottile.