La mobilitazione contro l’inceneritore continua a crescere tra Liguria e Piemonte mentre parte della narrazione mediatica tenta di enfatizzare presunte divisioni territoriali e politiche.

C’è un aspetto che emerge con chiarezza leggendo l’articolo pubblicato oggi da La Stampa sull’inceneritore in Val Bormida: più che raccontare i fatti, sembra esserci il tentativo di cercare crepe politiche e territoriali in un fronte che, nella sostanza, continua a rimanere ampio e compatto.

Da settimane cittadini, comitati, amministratori, associazioni, tecnici e realtà produttive del territorio stanno esprimendo preoccupazioni molto concrete sui possibili effetti ambientali, sanitari ed economici di un termovalorizzatore in Valle. Eppure una parte della narrazione mediatica continua a concentrarsi quasi esclusivamente sulle sfumature, sui distinguo lessicali o su presunte aperture che, nei fatti, non modificano il quadro generale.

L’esempio più evidente riguarda la posizione della CIA Savona. Nell’articolo si tenta di presentarla come “possibilista”, ma leggendo attentamente le dichiarazioni del presidente Sandro Gagliolo emerge una posizione tutt’altro che favorevole: la contrarietà viene subordinata a “assolute garanzie ambientali, sanitarie e di tutela delle produzioni agricole”.

Il punto vero è proprio questo: chi oggi può garantire davvero un impatto nullo in un territorio già segnato da decenni di criticità ambientali?

La stessa CIA Cuneo, invece, esprime una contrarietà netta, denunciando il rischio che le conseguenze dell’impianto ricadano pesantemente anche sul Piemonte, sulle aree agricole e sulle produzioni vitivinicole di qualità.

Del resto, il problema non riguarda soltanto l’impianto in sé, ma il modello di sviluppo che si vuole imporre alla Val Bormida.

Da una parte c’è chi punta su agricoltura di qualità, turismo ambientale, valorizzazione del territorio, recupero delle aree dismesse ed economia circolare. Dall’altra si continua a proporre una grande infrastruttura legata al ciclo dei rifiuti, con importazione di materiale da fuori provincia e produzione di ceneri e scorie da smaltire.

Eppure nell’articolo si insiste soprattutto sul tentativo di evidenziare differenze politiche tra amministratori, associazioni o categorie economiche. Un’operazione che appare sempre più come una strategia per indebolire il fronte del NO, anziché affrontare nel merito le questioni poste dal territorio.

La realtà è che il dissenso continua a crescere.

Lo dimostrano le assemblee partecipate, le delibere comunali approvate contro l’impianto, le prese di posizione delle associazioni e la mobilitazione sempre più estesa tra Liguria e Piemonte.

Forse proprio questa compattezza territoriale è ciò che oggi preoccupa maggiormente chi sostiene il progetto.

Perché la Val Bormida, dopo decenni di servitù ambientali, sta finalmente dicendo con forza che non intende più essere considerata il luogo dove trasferire problemi e impianti indesiderati altrove.


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