Se a Genova il termovalorizzatore viene escluso per rischio idrogeologico, perché la Val Bormida torna sempre tra le ipotesi?

A Genova il termovalorizzatore a Scarpino non si può fare. Il motivo è chiaro: rischio idrogeologico, terreno instabile, movimenti franosi. Una valutazione tecnica che porta a una conclusione semplice: non ci sono le condizioni di sicurezza.

Una decisione di buon senso. Ma se Scarpino viene esclusa per ragioni geologiche, perché la Val Bormida dovrebbe tornare ancora una volta tra le ipotesi principali?

Se non è sicuro a Genova, perché dovrebbe esserlo qui?

La domanda è politica prima ancora che tecnica. Non si può escludere un territorio perché fragile e poi spostare il problema in un’altra area che presenta criticità ancora più profonde.

La Val Bormida non è un territorio neutro. È una valle che ha già pagato un prezzo altissimo: decenni di inquinamento industriale, bonifiche incomplete o discutibili, siti compromessi, depositi di ceneri e una lunga storia ambientale che nessuno può cancellare.

Qui non si parte da zero. Qui si parte da una ferita ancora aperta.

Il nodo sanitario che nessuno vuole affrontare

Il vero punto è la salute. In Val Bormida continuano ad emergere timori diffusi tra i cittadini: patologie tumorali, preoccupazioni per i carcinomi alla tiroide, dubbi sulle ricadute di polveri sottili, metalli pesanti e microinquinanti.

Non sono paure astratte. Sono domande che meritano risposte serie.

Eppure manca ancora ciò che dovrebbe essere la base di ogni decisione pubblica: uno studio epidemiologico aggiornato, indipendente e trasparente.

Perché non parte? Perché uno studio vero potrebbe mettere nero su bianco ciò che molti cittadini vedono e temono da anni.

Il paradosso delle ceneri

Chi sostiene gli inceneritori parla di chiusura del ciclo dei rifiuti. Ma un inceneritore non fa sparire nulla: trasforma i rifiuti in fumi, emissioni, scorie e ceneri.

E proprio le ceneri sono già un problema concreto in Val Bormida. Non un’ipotesi, non una suggestione, ma una realtà già emersa con chiarezza.

Altro che soluzione definitiva: il rischio è trasformare la Val Bormida nel retrobottega ambientale della Liguria.

Una scelta che pesa su tutto il territorio

Un impianto di questo tipo non riguarda solo il Comune che eventualmente lo ospita. Le emissioni, il traffico dei camion, le ricadute ambientali, il deprezzamento degli immobili e l’immagine del territorio coinvolgono tutta la valle.

Coinvolgono i paesi vicini, le attività agricole, il turismo, le imprese locali e la possibilità stessa di immaginare un modello di sviluppo diverso.

La Val Bormida ha bisogno di bonifiche, lavoro pulito, recupero ambientale, valorizzazione del territorio. Non di un nuovo impianto destinato a bruciare rifiuti prodotti altrove.

Il silenzio che pesa

Quello che colpisce è il quasi totale silenzio delle autorità locali e regionali. Si discute di siti, bandi, manifestazioni di interesse, compensazioni e convenienze economiche, ma si parla troppo poco di salute pubblica.

La recente condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo all’Italia ricorda un principio fondamentale: le istituzioni hanno il dovere di proteggere i cittadini e i territori esposti a rischi ambientali, non di intervenire quando il danno è già compiuto.

Non è una scelta tecnica, è una scelta politica

Se Scarpino viene esclusa per motivi geologici, la Val Bormida dovrebbe essere esclusa a maggior ragione per motivi ambientali e sanitari.

Non si tratta di dire no a prescindere. Si tratta di dire che un territorio già fragile non può essere trattato come area sacrificabile.

Spostare il problema non significa risolverlo. Significa soltanto scegliere chi deve pagarne il prezzo.

La domanda, oggi, è una sola: chi si assumerà la responsabilità politica di questa scelta?


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