
Paolo Russo
Roma
La dottoressa “a gettone” che davanti alla 14 enne in fin di vita si è bloccata dicendo, «fate voi io non riesco», quel 28 ottobre che è costato la vita a Eleonora Chinello, per legge non doveva essere li. Era il 9 maggio del 2023 infatti quando la Camera, allentando un po’ la stretta sui medici in affitto decretata proco prima dal Ministro Schillaci, salvava i contratti in atto ma per la durata non superiore a un anno. Quel limite temporale è stato scavalcato da tempo, ma nelle corsie e nei pronto soccorso d’Italia tutto è rimasto come prima. Semplicemente perché senza ricorrere alle coop dei gettonisti molti nostri ospedali si fermerebbero per carenza di personale, visto che di medici ne mancano 10 mila e di infermieri almeno 30 mila. Basti pensare che la dottoressa incriminata lavora nelle file della Cmp Global medical division, che conta ben mille medici a gettone con appalti nelle Asl e negli ospedali di un po’ tutta l’Italia del nord, dove medici e infermieri mancano più che altrove. Del resto la situazione non poteva migliorare, con paghe che nel pubblico restano da fame mentre, lavorando privatamente, si fanno lauti guadagni senza sottoporsi a turni massacranti.
A giugno di quest’anno la Asl di Vicenza ha promosso un bando per trovare un neurochirurgo esperto in chirurgia vertebrale, specificando che «per l’attività prestata verrà corrisposto un compenso orario lordo di euro 40». Meno di quanto guadagna un idraulico, anche se Schillaci ne ha offerti 100 l’ora per chi si impegna fuori orario a smaltire le liste d’attesa. Cifre comunque lontane da quelle che offrono le cooperative di medici in affitto. E così sono sempre più quelli che lasciano il camice ospedaliero per indossare quello di una delle coop, che sui siti promettono «contratti di collaborazione in libera professione, con compenso di euro 800 circa, con un contratto a partita Iva per uno stipendio di 800-900 euro al giorno». «Ci sono medici trasfertisti – racconta un primario che per evitare ritorsioni aziendali preferisce restare anonimo – che si organizzano in pullman, prendono tre o quattro gettoni di fila lavorando fino allo stremo e poi tornano a casa con un bottino di 4-5mila euro che basta per tutto il mese».
Un bengodi per loro, meno per i pazienti che finiscono nelle mani di questi stakanovisti del gettone. Che però attira sempre di più i nostri dottori arruolati nel pubblico. Il sindacato degli ospedalieri Cimo in un’indagine tra i propri iscritti ha contato 4 medici su 10 pronti a lasciare il posto fisso per lavorare come gettonisti. Quota che sale al 50% tra chi ha meno di 35 anni.
Non è facile stabilire quale sia oggi la portata del fenomeno, ma secondo l’area studi di Fondo sviluppo- Confcooperative ad oggi le coop attive nella filiera salute sono 16 mila e danno lavoro a circa 492 mila professionisti, anche se molti di questi svolgono servizi di assistenza alla persona. I medici a gettone sarebbero comunque più richiesti in Veneto, dove l’80% degli ospedali vi fa ricorso, in Liguria dove sono presenti nel 70% delle strutture, in Piemonte dove vi ricorreva fino a qualche tempo fa la metà delle aziende ospedaliere. In Lombardia lo scorso anno i turni coperti dalle cooperative secondo i dati forniti dalla regione erano oltre 45mila.
Per Simeu, la Società della medicina di emergenza e urgenza, un medico su 10 che lavora nei pronto soccorso è un gettonista. Una contraddizione in termini perché paghiamo i nostri medici meno dei loro colleghi europei però poi li affittiamo anche a dieci volte tanto. In più mettendo a rischio gli assistiti. Perchè come spiega Pierino Di Silverio, segretario nazionale dell’altro sindacato dei medici ospedalieri, l’Anaao, «le cooperative non effettuano nessuna selezione a monte. Ci sono medici non specializzati, quelli che sono specializzati in altre branche e molti neolaureati. Si pone il problema della formazione di questi medici, per l’impatto sulla erogazione delle cure e per la responsabilità». Che in casi come quello della dottoressa accusata di aver concorso alla morte della quattordicenne padovana, dal punto di vista penale ricade sempre sul professionista, ma per gli aspetti risarcitori finisce poi per gravare sulla Asl, spiegano dalla Fiaso, la Federazione che le rappresenta.
Intanto il fenomeno si estende anche agli infermieri, che scarseggiano ancor più dei medici. In Veneto si è arrivati a pagarne uno in affitto 6mila euro per un mese, contro i 1.780 di un dipendente sottoposto a ritmi massacranti. Controsensi di una sanità in outsourcing, che spende male anche quel poco che ha. —
