
Acqui Terme, 25 giugno 2026. La sala Ex Kaimano gremita durante l’assemblea pubblica promossa dal Coordinamento No Inceneritore Val Bormida Ligure e Piemontese.
Mentre si avvicina la scadenza del 30 giugno per la presentazione delle manifestazioni di interesse al partenariato pubblico-privato promosso da ARLIR per la realizzazione del termovalorizzatore ligure, dai territori arriva un messaggio chiaro: la Val Bormida non intende trasformarsi nel terminale dei rifiuti della Liguria.
Lo ha dimostrato la partecipatissima assemblea pubblica organizzata dal Coordinamento No Inceneritore Val Bormida Ligure e Piemontese nella sala Ex Kaimano di Acqui Terme, gremita di cittadini, amministratori, associazioni e rappresentanti politici provenienti dalle province di Savona, Alessandria e Cuneo.
La mobilitazione cresce proprio mentre a Genova sembrano maturare nuove aperture verso la partecipazione di AMIU alla gara per la realizzazione dell’impianto, probabilmente in partnership con un soggetto industriale privato.
Una contraddizione difficile da spiegare
I dati diffusi dalla Regione Liguria raccontano una realtà diversa da quella di un sistema dei rifiuti in emergenza.
Nel 2025 la raccolta differenziata regionale ha raggiunto il 62,33%, in crescita rispetto al 60,82% del 2024 e al 38,63% registrato nel 2015.
I Comuni virtuosi, quelli che hanno superato il 65% di raccolta differenziata, sono passati da 140 a 152.
La provincia di Savona ha raggiunto il 66,47%, superando abbondantemente la soglia prevista dalla normativa europea.
A rimanere indietro è soprattutto Genova, ferma al 57,69%, tanto da essere costretta a versare un tributo regionale di oltre 185 mila euro per il mancato raggiungimento degli obiettivi.
Ed è proprio qui che il Coordinamento individua una contraddizione politica e amministrativa.
Se la raccolta differenziata continua a crescere, se i Comuni virtuosi aumentano e se l’obiettivo europeo è ridurre progressivamente la produzione di rifiuto residuo, appare difficile comprendere la necessità di costruire un impianto dimensionato per oltre 300 mila tonnellate annue.
Secondo il Coordinamento, il rischio concreto è quello di realizzare un impianto che, per ragioni economiche, avrà bisogno di essere alimentato per decenni, entrando in conflitto con gli stessi obiettivi di prevenzione, riuso e riciclo previsti dalla normativa comunitaria.
AMIU non si risana costruendo un impianto che i territori rifiutano
A rendere ancora più delicato il quadro è il ragionamento espresso dalla sindaca di Genova Silvia Salis, secondo cui, per far funzionare AMIU, sarebbe necessario partecipare alla gara: «AMIU parteciperà».
Una posizione che apre però una domanda politica di fondo: davvero il rilancio di un’azienda pubblica deve passare obbligatoriamente dalla costruzione di un inceneritore?
Se l’obiettivo è salvaguardare AMIU, esistono numerose alternative industriali e gestionali. Un’azienda pubblica può essere risanata migliorando l’efficienza organizzativa, incrementando ulteriormente la raccolta differenziata, investendo in impianti per il recupero di materia, sviluppando filiere del riciclo, riducendo i costi operativi e valorizzando economicamente i materiali recuperati.
Appare quindi discutibile sostenere che per garantire il futuro di una società pubblica sia necessario realizzare un’opera che non risulta indispensabile dal punto di vista della gestione dei rifiuti, che incontra l’opposizione di numerosi territori e che rischia di vincolare la Liguria per decenni al conferimento di grandi quantità di rifiuti.
Ancora più difficile da comprendere è il fatto che proprio la sindaca di Genova abbia escluso categoricamente Scarpino e qualsiasi altra localizzazione nel territorio genovese, riaprendo inevitabilmente il dibattito su altre aree della Liguria. Come se per risanare un’azienda pubblica fosse necessario costruire un impianto che molti territori non vogliono e che, alla luce dell’aumento della raccolta differenziata, potrebbe rivelarsi persino sovradimensionato rispetto alle necessità future.
Il problema economico e gestionale di un’azienda non può essere risolto imponendo ad altre comunità un nuovo carico ambientale.
«La Val Bormida non può pagare per i ritardi di Genova»
Nel corso dell’assemblea è stato ricordato come la gran parte del rifiuto indifferenziato ligure venga prodotta nell’area metropolitana genovese.
Trasportarlo per oltre cento chilometri fino in Val Bormida significherebbe spostare traffico pesante, emissioni e residui di combustione in un territorio che ha già pagato un prezzo altissimo alla storia industriale del Novecento.
Dall’ACNA di Cengio alla Ferrania, dalle bonifiche ancora incomplete fino al recente caso delle migliaia di tonnellate di ceneri provenienti dall’inceneritore di Torino rinvenute nel capannone di Bragno, la valle continua a convivere con pesanti eredità ambientali.
Per il Coordinamento, l’eventuale penalità economica subita da Genova per non aver raggiunto i livelli di raccolta differenziata previsti non può tradursi nell’imposizione di un nuovo carico ambientale su un territorio già compromesso.
Una valle che chiede un futuro diverso
Ad Acqui Terme non si è parlato soltanto di opposizione all’inceneritore.
Si è parlato di agricoltura di qualità, turismo sostenibile, produzioni vitivinicole dell’Alta Langa, recupero delle aree industriali dismesse e valorizzazione delle risorse naturali.
Un modello di sviluppo incompatibile, secondo i partecipanti all’assemblea, con un impianto destinato a funzionare per almeno trent’anni e che produrrebbe comunque migliaia di tonnellate di scorie e ceneri da smaltire.
Una mobilitazione che continua a crescere
Le immagini della serata testimoniano una partecipazione significativa: la sala Ex Kaimano di Acqui Terme si è presentata quasi completamente occupata, con numerosi cittadini rimasti in piedi lungo le pareti e sul fondo della sala. Sul palco, accanto ai relatori, campeggiava la locandina dell’assemblea pubblica del 25 giugno dedicata al tema «No all’Inceneritore in Valle Bormida».
Un segnale che conferma come la preoccupazione per l’ipotesi di un termovalorizzatore in Val Bormida coinvolga un numero crescente di cittadini, amministratori, associazioni e rappresentanti istituzionali provenienti non solo dal Savonese, ma anche dalle province di Alessandria e Cuneo.
La partecipazione registrata ad Acqui Terme appare particolarmente significativa in una fase in cui la Regione accelera verso la chiusura della procedura avviata da ARLIR e mentre si avvicina la scadenza del 30 giugno per la presentazione delle proposte da parte delle aziende interessate.
L’impressione emersa dalla serata è che la partita sia ancora aperta.
Mentre la Regione accelera verso il termovalorizzatore, la Val Bormida continua a costruire una rete sempre più ampia di cittadini, amministratori e associazioni decisi a difendere un territorio che da oltre un secolo convive con le conseguenze delle scelte industriali calate dall’alto.
Le fotografie della serata restituiscono forse meglio di qualsiasi dichiarazione il clima che si respira oggi in Val Bormida: la mobilitazione non diminuisce, ma cresce. E con essa cresce la richiesta di aprire un confronto serio sulle alternative all’incenerimento, senza scaricare su territori già fragili il peso dei ritardi e delle scelte compiute altrove.















Se Genova non ha ancora raggiunto gli obiettivi europei sulla raccolta differenziata, la soluzione non può essere esportare il problema in una valle che da oltre cento anni convive con industrie inquinanti, bonifiche incompiute e servitù ambientali. La Val Bormida chiede di essere finalmente considerata una risorsa e non una destinazione di sacrificio.
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