Eugenia Tognotti

Leasson learned. Lezione appresa. Lo è, senza dubbio, quella che resterà tra i lasciti dell’era del Covid-19: la diffusione della consapevolezza che l’antica pratica del lavaggio delle mani rappresenta la prima linea di difesa per la prevenzione. A confermarlo l’eccezionale exploit delle vendite di Amuchina, gel per le mani, disinfettanti vari, che rivela un’inedita adesione alle raccomandazioni di istituzioni sanitarie ed esperti. Il lavaggio delle mani occupa la prima fila negli onnipresenti decaloghi dove compaiono immagini esplicative sulla tecnica, istruzioni sui vari tipi di disinfettanti, a cui i virus resistono più dei batteri. E, ancora, sulla durata dell’operazione che deve corrispondere a 20 secondi – precisa il Cdc, il Centro Usa per il controllo e la prevenzione delle malattie. Era ora, si potrebbe dire. Mai come nel nostro tempo, l’igiene delle mani, la misura più importante ed efficace per prevenire la trasmissione di infezioni, è stata così agevole e facile da praticare, dati i progressi della vita civile e delle tecnologie sanitarie. Eppure, nonostante l’evidenza della perdurante presenza delle «malattie delle mani sporche» e le ricerche che dimostrano i rischi, è stato necessario che l’Oms istituisse una giornata ad hoc, il 5 maggio di ogni anno, per sensibilizzare su una pratica «scoperta» due secoli fa, quando un ostetrico ungherese , Ignàc Semmelweis, intuì il legame tra il lavaggio delle mani e la diffusione delle infezioni, partendo dalla febbre puerperale, trasmessa da dottori e studenti, cui impose di lavare le mani con acqua e cloro prima di entrare in reparto. Accolta con scetticismo dai contemporanei, la pratica non procede speditamente neppure dopo la rivoluzione batteriologica. 
Ancora nel 1920, il lavaggio delle mani non era una pratica diffusa nel personale sanitario e in quello addetto a manipolare cibi, nonostante il fatto che i batteri del genere Salmonella fossero già stati identificati come agenti patogeni della febbre tifoide. Nel 1918, durante la Spagnola, i responsabili di salute pubblica – convinti che l’agente patogeno fosse un batterio, l’Haemophilus influenzae- avevano condotto una vera e propria battaglia per la «lavatura delle mani». Anche i giornali avevano promosso delle vere e proprie campagne per la pulizia, insistendo sulla virtù dell’acqua corrente. Proprio quella che mancava, allora, nelle case. La massa di persone con le «unghie listate a lutto» che si posavano su maniglie, pulsanti e corrimano di autobus e treni, diventò un’ossessione. Medici e commentatori tuonavano anche contro i rituali dello scambio sociale che implicavano il contatto: «E smettiamola con le convenienze sociali che sono vere sconvenienze igieniche: il baciamano, la stessa stretta di mano». Contro quest’ultima si scagliava anche Mussolini sul «Popolo d’Italia»: «S’impedisca ad ogni italiano la sudicia abitudine di stringersi la mano e la pandemia scomparirà». —