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Il Movimento 5 Stelle punta sul pragmatismo per superare le divergenze sulla politica estera. Intanto Pd, M5S, Avs e Italia Viva avviano il confronto sul programma. Ma restano aperti i nodi dell’identità politica e della leadership.
Ucraina, il nodo che potrebbe essere meno complicato del previsto
Il sostegno militare all’Ucraina è stato indicato per mesi come uno degli ostacoli principali alla costruzione di un programma comune del campo progressista. Eppure, proprio su questo terreno potrebbe aprirsi uno spazio di mediazione inatteso.
Secondo quanto dichiarato dal vicepresidente di Italia Viva Enrico Borghi, nel corso del 2026 l’Italia non avrebbe ancora effettuato nuove forniture militari a Kiev. Una situazione che trova riscontro nelle precedenti dichiarazioni del ministro della Difesa Guido Crosetto, secondo cui nel 2026 non erano state formalizzate nuove forme di aiuto.
Crosetto ha inoltre spiegato che alcune richieste ucraine riguardano materiali non disponibili, circostanza che avrebbe ridotto l’intensità dei pacchetti di sostegno. Resta comunque aperta la prospettiva di ulteriori forniture, in particolare di sistemi destinati alla difesa aerea ucraina.
È proprio in questo scenario che Giuseppe Conte sembra voler introdurre un elemento di pragmatismo politico.
La strategia di Conte: distinguere i principi dalle contrapposizioni
Il Movimento 5 Stelle ha mantenuto una posizione critica rispetto alla prosecuzione delle forniture militari, sostenendo la necessità di rafforzare l’iniziativa diplomatica per arrivare a una soluzione negoziata del conflitto. Una posizione condivisa, nelle sue linee generali, da Alleanza Verdi e Sinistra, ma distante da quella di altre componenti della coalizione.
Conte sembra tuttavia voler evitare che il tema ucraino diventi un ostacolo insuperabile alla costruzione dell’alternativa al centrodestra.
Il ragionamento politico è semplice: se il sostegno militare italiano si è concretamente ridotto, la discussione non può trasformarsi in una battaglia ideologica capace di compromettere un progetto politico più ampio. Questo non significa rinunciare alle proprie convinzioni, ma distinguere le questioni di principio dalle scelte operative.
Il Movimento 5 Stelle non deve rinunciare alla propria identità per costruire un’alleanza. Ma nemmeno trasformare ogni differenza in una rottura inevitabile.
Il programma parte dall’economia: il terreno delle possibili convergenze
Il confronto tra le forze progressiste prende avvio dai temi economici e sociali, sui quali le distanze appaiono meno marcate. Sanità pubblica, salari, precarietà, pensioni, politiche industriali, transizione ecologica e contrasto alle disuguaglianze rappresentano alcuni dei principali terreni sui quali costruire una proposta alternativa alle politiche del governo Meloni.
Non basta dichiararsi contrari al centrodestra. Occorre spiegare ai cittadini quali provvedimenti saranno adottati, con quali risorse e soprattutto con quali priorità. Per il Movimento 5 Stelle questa rappresenta anche un’opportunità per riaffermare le proprie battaglie storiche.
Il vero problema del campo largo è la sua identità politica
Le divergenze sull’Ucraina sono importanti, ma non esauriscono le contraddizioni della coalizione. La presenza di forze politiche con storie e programmi profondamente differenti pone interrogativi che non possono essere ignorati.
È il caso di Italia Viva, che in passato ha combattuto duramente alcune delle misure simbolo del Movimento 5 Stelle, a cominciare dal Reddito di cittadinanza. Come conciliare posizioni così distanti all’interno di un programma comune? E soprattutto, come convincere gli elettori che l’alleanza non sia soltanto un accordo tra dirigenti finalizzato a vincere le elezioni?
Il rischio è quello di costruire una coalizione numericamente ampia ma politicamente fragile, incapace di affrontare le inevitabili difficoltà di governo. L’unità è necessaria per competere, ma senza coerenza programmatica rischia di diventare soltanto una fotografia di gruppo.
Conte e Schlein: la leadership non può sostituire il progetto
Sul percorso del campo progressista pesa inevitabilmente anche la questione della leadership. Giuseppe Conte ed Elly Schlein rappresentano due esperienze politiche differenti, entrambe centrali nella costruzione di un’alternativa al governo Meloni.
Le eventuali primarie potranno individuare chi guiderà la coalizione, ma non potranno risolvere automaticamente le divergenze politiche. Per questo il confronto sul programma deve precedere quello sui nomi.
Una coalizione progressista credibile non può fondarsi sull’egemonia di un solo partito, ma sul rispetto reciproco e sulla condivisione di obiettivi concreti.
La sfida decisiva: convincere i cittadini, non soltanto i partiti
La discussione sull’Ucraina potrebbe dunque rivelarsi meno divisiva di quanto inizialmente previsto. Ma sarebbe un errore pensare che questo basti a risolvere i problemi del campo progressista.
Chi aspetta mesi per una visita medica, chi lavora con uno stipendio insufficiente, chi teme per il proprio posto di lavoro o vede peggiorare i servizi del proprio territorio non chiede una coalizione costruita a tavolino. Chiede risposte.
Il campo progressista avrà un futuro soltanto se saprà trasformare le differenze tra i partiti in una proposta condivisa, senza cancellare le rispettive identità.
Giuseppe Conte sembra aver compreso che la strada non è quella delle contrapposizioni permanenti, ma di un confronto pragmatico che parta dai bisogni reali del Paese. Resta da capire se tutti gli alleati saranno disposti a percorrerla.
Perché battere la destra è un obiettivo elettorale. Dimostrare di saper governare meglio è una responsabilità politica molto più grande.
