I guerrieri di penna e di governo fanno la morale nei talk show
La riflessione di Pino Corrias sulla guerra, il riarmo e la marginalizzazione del pacifismo nel dibattito pubblico

Tra geopolitica e propaganda, il pacifismo torna a essere una voce scomoda nel dibattito pubblico.
C’è una figura che ricorre sempre più spesso nei dibattiti televisivi dedicati alle guerre che attraversano il pianeta: il commentatore esperto, il politico di governo, il generale in pensione o il giornalista stratega che discetta di armamenti, deterrenza e scenari geopolitici seduto comodamente nello studio di un talk show.
Pino Corrias ne traccia un ritratto severo e polemico. Li definisce i «guerrieri di penna e di governo», persone che parlano di missili, droni e fronti militari con il linguaggio freddo della tecnica e della finanza, senza aver mai visto da vicino le conseguenze concrete di un conflitto.
Secondo Corrias, chi prova a evocare la pace come obiettivo politico viene spesso liquidato con sufficienza. Non viene contestato nel merito, ma deriso come ingenuo, idealista, incapace di comprendere la complessità del mondo.
L’autore osserva come il lessico utilizzato per descrivere le guerre contribuisca a renderle quasi astratte: si parla di «teatri operativi», «danni collaterali», «proiezioni strategiche», mentre sullo sfondo restano i morti, i profughi, la fame e la distruzione delle città.
Corrias contrappone due visioni opposte.
Da una parte vi sono coloro che considerano inevitabile il ricorso alle armi e interpretano ogni conflitto attraverso il prisma degli equilibri geopolitici, degli interessi economici e delle alleanze internazionali.
Dall’altra chi continua a ritenere che le guerre abbiano cause profonde riconducibili alle disuguaglianze economiche, alle eredità coloniali, allo sfruttamento delle risorse e all’emarginazione di interi popoli.
Nel suo ragionamento trovano spazio anche le parole di Papa Leone XIV e del cardinale Matteo Zuppi, indicati come figure che continuano a richiamare l’attenzione sul valore della pace e sulla necessità di ridurre la corsa globale agli armamenti.
L’articolo si conclude con una critica al clima culturale che tende a presentare il pacifismo come un atteggiamento infantile o fuori dal tempo. Una rappresentazione che, secondo Corrias, rischia di normalizzare la guerra permanente e di relegare la ricerca della pace a una posizione marginale nel confronto pubblico.
Una riflessione che divide
Il testo utilizza volutamente toni forti e immagini provocatorie. Non propone una ricostruzione neutrale dei conflitti in corso, ma una presa di posizione etica e politica.
Resta tuttavia una domanda che attraversa molte società occidentali: è ancora possibile parlare di pace senza essere accusati di ingenuità o equidistanza?
In un contesto segnato dall’aumento delle spese militari e dal moltiplicarsi dei conflitti armati, la questione rimane aperta e continua a dividere governi, opinione pubblica e movimenti politici.
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