
ENCI sotto accusa. L’inchiesta che coinvolge alcuni vertici dell’Ente Nazionale Cinofilia Italiana riaccende il dibattito su controlli pubblici, nomine ai vertici e contestazioni relative ai registri genealogici. Una vicenda che pone interrogativi sul ruolo del Ministero dell’Agricoltura e sulla trasparenza di un settore che coinvolge migliaia di allevatori e proprietari di cani di razza.
L’inchiesta che coinvolge la trasmissione televisiva Dalla parte degli animali e alcuni vertici dell’Ente Nazionale Cinofilia Italiana non riguarda soltanto le contestazioni fiscali attualmente al vaglio della magistratura. Solleva soprattutto una questione politica e istituzionale: chi controllava davvero l’ENCI e quale ruolo ha esercitato il Ministero dell’Agricoltura negli ultimi anni?
L’ENCI è formalmente un’associazione privata, ma svolge una funzione di interesse pubblico fondamentale. Gestisce infatti i registri genealogici dei cani di razza italiani e certifica i pedigree che rappresentano il cuore dell’intero sistema cinofilo nazionale.
Per questa ragione il Ministero dell’Agricoltura nomina propri rappresentanti all’interno del Collegio Sindacale e del Consiglio Direttivo dell’ente.
Eppure, nel corso degli anni, il ministro Francesco Lollobrigida ha sostenuto che il ministero non esercita un controllo sulla gestione economica e amministrativa dell’ENCI, limitando la propria funzione alla vigilanza sui libri genealogici.
Una posizione che oggi appare quantomeno difficile da conciliare con la presenza di rappresentanti ministeriali negli organi di governo e controllo dell’ente.
Il nodo delle nomine
La vicenda evidenzia anche una concentrazione di incarichi che merita attenzione.
Espedito Muto guida contemporaneamente l’ENCI e la società controllata Enci Servizi. All’interno degli stessi organismi compare inoltre Gianluca Di Giannantonio, carabiniere forestale in servizio presso il Ministero dell’Agricoltura e figura che, secondo le ricostruzioni giornalistiche, gravita negli stessi ambienti istituzionali del ministro.
Vi è poi il caso di Fabrizio Crivellari, direttore generale dell’ENCI e responsabile dell’Ufficio Centrale del Libro Genealogico, nominato nel 2005 e rimasto in una posizione strategica per oltre vent’anni.
Il problema non è soltanto stabilire se tali nomine siano formalmente corrette.
La questione politica riguarda piuttosto il modello di gestione che emerge: un sistema nel quale gli stessi nomi sembrano occupare ruoli chiave per lunghi periodi, riducendo il ricambio e aumentando il rischio di autoreferenzialità.
La questione dei pedigree
A rendere il quadro ancora più delicato è il tema delle certificazioni genealogiche.
Secondo documenti richiamati in un dossier depositato presso il Consiglio di Stato, esisterebbero centinaia di pedigree oggetto di contestazione. Una ricostruzione che l’ENCI e il Ministero hanno respinto, sostenendo la correttezza del sistema.
Tuttavia la sola esistenza di tali contestazioni dovrebbe indurre a un approfondimento rigoroso e trasparente.
Per migliaia di allevatori e proprietari, il pedigree rappresenta infatti una certificazione fondamentale. Da esso dipendono valore economico, selezione genetica, partecipazione alle esposizioni e credibilità dell’intero sistema.
Se emergono dubbi, anche solo potenziali, la risposta delle istituzioni dovrebbe essere quella della massima trasparenza.
Controlli pubblici o semplice presenza?
La domanda che oggi resta senza risposta è semplice.
Se il Ministero nomina propri rappresentanti negli organi di controllo dell’ENCI, quale funzione svolgono concretamente?
Limitarsi a partecipare alle riunioni oppure esercitare un’effettiva attività di vigilanza nell’interesse pubblico?
Per anni la destra ha fatto della meritocrazia e dell’efficienza amministrativa uno dei propri cavalli di battaglia. Oggi però il caso ENCI rischia di alimentare il sospetto opposto: quello di un sistema fondato più sulle relazioni personali e sulle appartenenze che su criteri di trasparenza e controllo.
Sarà compito della magistratura accertare eventuali responsabilità individuali.
Alla politica spetta invece il dovere di chiarire come sia stato possibile che un ente che gestisce milioni di euro e svolge una funzione pubblica così rilevante sia rimasto per anni al centro di polemiche, contestazioni e interrogazioni parlamentari senza che venissero fornite risposte pienamente convincenti.
Perché la credibilità delle istituzioni si misura soprattutto quando i controlli devono essere esercitati sui propri ambienti di riferimento.
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