
Tra rimpasti, giochi di palazzo e trasformismi: la politica italiana sembra non uscire mai dalla logica degli inciuci.
C’è un vocabolario intero, tutto italiano, dedicato a una pratica che ufficialmente nessuno ama, ma che puntualmente ritorna come il Festival di Sanremo, il panettone a Natale e le promesse sulle liste d’attesa nella sanità.
Rimpasti.
Inciuci.
Accordi di palazzo.
Manovre centriste.
Alchimie parlamentari.
Operazioni trasformiste.
Larghe intese mascherate.
Oppure, per chi ama il politichese elegante:
“Riassetti di governo”.
“Ribilanciamenti di maggioranza”.
“Risistemazioni interne”.
“Operazioni di stabilità”.
Che tradotto dal burocratese significa più o meno:
“Qui qualcuno sta cercando di restare al potere anche se gli elettori avevano capito altro”.
Perché in Italia il problema non è mai perdere.
Il problema è sparire.
E allora ecco il miracolo della politica nostrana: puoi perdere le elezioni, perdere i referendum, perdere consenso, perdere credibilità… ma se sei abbastanza abile nei corridoi, abbastanza utile nei momenti decisivi e abbastanza “furbo”, resti comunque al centro del tavolo.
È il trionfo della sopravvivenza politica elevata a disciplina olimpica.
In questo senso, Matteo Renzi è quasi un capolavoro antropologico prima ancora che politico.
Un uomo che politicamente sembra sempre finito… eppure compare ogni volta nel momento decisivo, come quei personaggi delle serie TV che tutti pensavano morti alla seconda stagione.
Lo schema è noto.
Prima benedici una maggioranza.
Poi la logori.
Poi la ricatti numericamente.
Poi provochi la crisi.
Poi ti ripresenti come il responsabile moderato che salva il Paese.
E il bello è che funziona. Sempre.
Perché in Italia il “furbo” non viene quasi mai davvero condannato socialmente.
Anzi.
Spesso viene ammirato.
C’è una parte del Paese che guarda il trasformismo politico con lo stesso rispetto con cui si guarda uno che riesce a saltare la fila alle Poste o trovare il parcheggio davanti al bar:
“Eh però è sveglio…”
Ed è qui il vero nodo culturale.
Noi diciamo di amare la coerenza, ma spesso premiamo chi galleggia meglio.
Diciamo di volere stabilità, ma poi tolleriamo governi nati più nei salotti che nelle urne.
Critichiamo gli inciuci… salvo poi definirli “senso di responsabilità” quando ci fanno comodo.
In questo quadro si inserisce la frase di Giuseppe Conte riportata da Luca De Carolis sul Fatto Quotidiano:
“Con il M5S al governo niente rimpasti o inciuci”.
Che in un Paese normale sarebbe quasi una banalità istituzionale:
si vince, si governa cinque anni, poi gli elettori giudicano.
Ma l’Italia politica non è mai stata troppo appassionata alla linearità.
Qui c’è sempre qualcuno pronto a costruire un “campo largo”… purché abbia anche l’uscita di sicurezza pronta nel retro del palazzo.
E allora il sospetto cresce:
il problema non è solo battere Giorgia Meloni.
Il problema è chi, nel frattempo, lavora per avere il potere di decidere se il governo debba vivere o morire.
Perché il vero potere, spesso, non è governare.
È poter staccare la spina.
Ed è qui che torna inevitabilmente la citazione di Jep Gambardella ne La grande bellezza:
“Io non volevo solo partecipare alle feste, volevo avere il potere di farle fallire.”
Ecco.
Dentro questa frase c’è probabilmente una parte enorme della politica italiana degli ultimi trent’anni.
Più che costruire qualcosa, molti sembrano voler conservare il ruolo di indispensabili.
Perché chi costruisce rischia di essere dimenticato.
Chi fa saltare il tavolo, invece, resta sempre al centro della scena.
E forse il punto finale è proprio questo:
non bisogna temere soltanto il “Renzi politico”.
Bisogna temere il piccolo Renzi culturale che ogni tanto alberga dentro il Paese.
Quella fascinazione collettiva per la scorciatoia, per il tatticismo, per il colpo di palazzo, per il furbo che “alla fine cade sempre in piedi”.
Finché applaudiranno più i manovratori che i costruttori, continueremo ad avere governi che nascono nelle urne… e finiscono nei corridoi.
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