Non arrestare cittadini statunitensi “impegnati in attività di protesta pacifiche”. Non usare spray al peperoncino e “altri strumenti di dispersione” nei confronti di coloro che esercitano il loro diritto di parola. Non fermare le auto dei manifestanti che “non interferiscono” con l’attività degli agenti. L’ordine della giudice federale Kate M. Menendez cerca di porre un freno alla devastante campagna di repressione lanciata dalle forze dell’Ice a Minneapolis. Difficile che l’ordine venga rispettato.
La città è sotto un pesante controllo poliziesco. Per le strade di Minneapolis il Dhs, Department of Homeland Security, ha dislocato oltre tremila agenti, una forza cinque volte più numerosa di quella della polizia locale, che arrestano in modo indiscriminato migranti e manifestanti. “Decine di cittadini statunitensi sono stati presi in custodia e rilasciati ore dopo”, afferma la deputata democratica Ilhan Omar, che insieme a colleghi di partito ha prodotto un documento dal titolo: “Rapiti e scomparsi: l’attacco mortale di Trump al Minnesota”. Mentre il Dipartimento di Giustizia annuncia un’indagine nei confronti del governatore dello Stato Tim Walz e del sindaco di Minneapolis Jacob Frey, emergono nuovi dettagli su forza e scopi dell’Ice. Gli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement stanno trasformandosi in un corpo sempre più potente, che agisce al di fuori di limiti e controlli, i cui obiettivi vanno ben al di là della semplice cattura ed espulsione degli illegali.
“Benchwarmer”, “Tidal Wave”, “Abracadabra”, “Dust Off”, “Fleur De Lis”. Sono alcuni dei nomi assegnati alle operazioni degli agenti dell’Ice in varie aree degli Stati Uniti. Secondo il giornalista investigativo Ken Klippenstein – che ha consultato un rapporto fornitogli da un funzionario del Border Patrol, la polizia di frontiera, critica verso gli eccessi di questi mesi – l’Ice è stato impegnato da giugno 2025 in 21 azioni a largo raggio, risultanti in 6.852 arresti. Le deportazioni sarebbero solo una parte, e non la più importante, del lavoro. “Operation Abracadabra è stata avviata con l’obbligo di interrogare il cento per cento degli individui arrestati, per raccogliere informazioni e identificare obiettivi successivi, come nascondigli e individui che conducono attività illegali”, si legge in uno dei documenti ottenuti da Klippenstein. Lo scopo dell’operazione sarebbe quello di individuare eventuali legami dei migranti con organizzazioni criminali transazionali e terroristiche, tra queste i vari gruppi accomunati dall’etichetta di Antifa.
L’operazione Benchwarmer punterebbe invece a infiltrare agenti in borghese “in furgoni di trasporto, aree di smistamento, celle di detenzione”, in modo da “raccogliere importanti informazioni tattiche e/o di intelligence”. Oltre ad accentrare su di sé funzioni che esulano dalla missione originaria – l’Ice fu creata nel 2003, all’interno del Dhs, per rimuovere gli illegali e combattere il traffico dei migranti – l’agenzia sta crescendo per numeri e dimensioni. In un anno ha assunto 12 mila nuovi agenti, passando da 10 a 22 mila unità. Altri corpi del Dhs appaiono al suo servizio. Tra questi il Border Patrol, il Secret Service, il Federal Protective Service. L’Ice rivaleggia oggi per potere e influenza con Fbi e Dea. Anzi, la stessa Fbi ha ormai funzioni di supporto. Il compito di investigare i presunti legami col terrorismo di Renee Good, la donna uccisa a Minneapolis da un agente dell’Ice, è stata affidata all’Fbi. Sostegno incondizionato è poi arrivato dall’amministrazione. “Voglio che ogni funzionario dell’Ice sappia che il suo presidente e vicepresidente sono al suo fianco”, ha scritto su X Jd Vance.
Il risultato è un pericoloso senso di impunità. Secondo dati del “Detention Watch Network”, 31 persone sono morte in custodia dell’Ice nel 2025. Da settembre gli agenti dell’Ice hanno sparato a undici persone. Sette di queste si trovavano all’interno di auto in movimento, azione proibita da molti Dipartimenti di polizia Usa. Tre di queste sono morte. Tra le vittime, c’è appunto Renee Nicole Good.
Sul fronte politico, Trump pare per ora rinunciare all’uso dell’Insurrection Act – l’invio delle truppe federali – per sedare le proteste in Minnesota. “Non credo ci sia alcuna ragione al momento per invocarlo, ma se ne avessi bisogno, lo userei”, ha affermato venerdì, prima di lasciare la Casa Bianca per Mar-a-Lago, e ribadendo comunque che a suo giudizio i manifestanti del Minnesota sono “sobillatori, agitatori, insurrezionalisti, professionisti ben pagati”. Nella rinuncia alla misura, devono aver contato soprattutto due cose. Da un lato, a Minneapolis è già dispiegato un massiccio contingente di agenti federali. Mandare altre truppe non avrebbe fatto vera differenza, almeno dal punto di vista dell’ordine pubblico. Ci sono poi gli aspetti politici e legali. L’Insurrection Act è stato utilizzato per l’ultima volta nel 1992, ai tempi delle rivolte di Los Angeles, quando l’assoluzione di quattro agenti di polizia che avevano brutalmente picchiato un afroamericano, Rodney King, portò a giorni di violenze, morti, saccheggi, incendi. Invocarlo oggi darebbe il senso di un presidente che ha perso il controllo della situazione e incontrerebbe comunque diversi problemi di carattere legale. L’invio dei soldati deve, infatti, essere richiesto dalle autorità statali e il presidente è obbligato a ordinare ai manifestanti di disperdersi. Niente di tutto questo è avvenuto, o sta per avvenire, e dunque Trump avrebbe difficoltà a districarsi tra le diverse grane legali.
La rinuncia all’Insurrection Act non significa comunque da parte della Casa Bianca rinuncia all’escalation. Le ultime ore sono state anzi segnate da una decisione clamorosa, che apre scenari inediti e potenzialmente pericolosi nello scontro tra governo e autorità locali. Il Dipartimento di Giustizia ha aperto un’indagine contro il governatore del Minnesota, Tim Walz, e il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey. L’accusa, non ancora formalizzata, sarebbe quella di aver ostacolato l’azione delle migliaia di agenti federali presenti in città. Immediata la reazione dei due. Walz ha detto che “l’unica persona non indagata per la sparatoria di Renee Good è l’agente federale che le ha sparato”. Frey ha promesso che la volontà intimidatoria non funzionerà: “Né la nostra città né il nostro Paese soccomberanno a questa paura. Siamo solidi come una roccia”.
Da mesi, del resto, il presidente scatena inchieste di vario tipo contro coloro che lui percepisce come suoi nemici. La lista è lunga. L’ex direttore dell’Fbi James Comey. L’attorney general dello Stato di New York, Letitia James. Il presidente della Federal Reserve Jerome Powell. I senatori Mark Kelly ed Elissa Slotkin, ex militari che hanno chiesto ai soldati Usa di non obbedire a ordini illegali.
La lista è appunto lunga, ma gli effetti dello scontro potrebbero essere questa volta ben più distruttivi. Contro Walz e Frey non vengono infatti levate accuse quali l’aver mentito al Congresso o l’insubordinazione nei confronti dei comandi militari, come nelle altre indagini aperte sinora. Nei confronti del governatore e del sindaco l’accusa è quella rilanciata sui social dal vice attorney general, Todd Blanche, secondo cui Walz e Frey avrebbero “incoraggiato la violenza contro le forze dell’ordine” e si sarebbero macchiati di “terrorismo”. Proprio Blanche si è incontrato in questi giorni a Minneapolis con il direttore dell’Fbi Kash Patel.
Oltre a coordinare la repressione, Blanche e Patel starebbero definendo i contorni legali delle accuse. L’incriminazione per Walz e Frey potrebbe avvenire sulla base dell’articolo 18 di uno statuto federale, che definisce reato la cospirazione di due o più persone per impedire ai funzionari federali di svolgere i loro doveri ufficiali attraverso “forza, intimidazione o minacce”. La mossa sarebbe, sotto molti punti di vista, ancora più clamorosa dell’adozione dell’Insurrection Act. Si criminalizzerebbe il dissenso di quei funzionari pubblici che – a parole, senza ricorrere a un’azione coordinata e violenta – si oppongono agli atti del governo. Si farebbe davvero tornare l’America agli anni più bui della sua storia – dalla Red Scare al maccartismo – quando qualsiasi manifestazione di dissenso o critica all’operato del governo diventava insurrezione e tradimento.