C’è una parola che più di altre racconta l’America di Donald Trump: “irrispettoso”. Un aggettivo apparentemente innocuo, diventato invece uno strumento politico: un marchio d’infamia, un grilletto linguistico che legittima odio, repressione e disumanizzazione.

Trump lo usa da anni in modo ossessivo. Chi è “irrispettoso” non sbaglia, non dissente, non critica: viola l’ordine. E per questo può essere colpito. È successo con gli immigrati, con i giudici, con i media, con gli avversari politici, fino ai leader stranieri. È un linguaggio che non descrive: condanna.

La parola che assolve la violenza

Il caso dell’uccisione di Renee Nicole Good, liquidata dal presidente come “irrispettosa” verso le forze dell’ordine, segna un salto di qualità inquietante. Perché quando una vittima diventa colpevole per definizione, il potere si autoassolve. E chi agisce in nome dello Stato si sente autorizzato a tutto.

In questo clima, l’ICE smette di essere soltanto un’agenzia: nella narrazione del potere diventa il braccio operativo di una crociata interna. La parola “irrispettoso” funziona come una patente morale: chi la riceve addosso viene spinto fuori dal perimetro della pietà e dei diritti.

Nemico interno: la scorciatoia del potere

Non è un caso che l’ex sindaca di Minneapolis abbia evocato Gestapo e SS. Il punto non è fare storia a colpi di analogie, ma capire la funzione: la costruzione del nemico interno, la riduzione dell’altro a “sottouomo”, la fusione tra leader, Stato e Nazione. Chi è “irrispettoso” diventa un reietto: un problema da rimuovere, non un cittadino da ascoltare.

È qui che la retorica diventa pratica: delegittimare i media come “nemici del popolo”, descrivere i giudici come ostacoli “anti-America”, trasformare il dissenso politico in tradimento morale. Il risultato è una società polarizzata, dove la paura sostituisce il confronto.

Dall’America al mondo: “rispetto” come sottomissione

La stessa logica si riflette anche fuori dai confini. Volodymyr Zelenskyj è stato pubblicamente umiliato nello Studio Ovale: non per ciò che chiedeva, ma per come si presentava. Abbigliamento, tono, postura: il messaggio è chiaro. Per Trump, il rispetto non è reciproco: è sottomissione.

È una concezione autoritaria delle relazioni: chi chiede aiuto deve ringraziare, chi contraddice deve essere ridicolizzato, chi non si allinea deve essere punito. Un metodo che funziona in campagna elettorale, ma che in politica estera produce instabilità e risentimento.

Paura delle elezioni, paura della democrazia

Questa visione del potere trova sponde anche in un’ideologia tecnocratica e oligarchica: le élite come nuovo motore della storia, le regole come impaccio, la democrazia come rischio. Le elezioni diventano un intralcio, non una garanzia.

Le midterm fanno paura perché potrebbero segnare una sconfitta. E allora si alza il livello dello scontro, si stringono i confini del dissenso, si alimenta un clima da “ordine pubblico permanente”. In questo scenario, la caccia all’uomo diventa una scorciatoia politica: si governa con la paura, non con i risultati.

Conclusione

Dove è finita oggi l’America? È un Paese che fatica a riconoscersi, che sembra aver imboccato la strada della caccia al nemico per preservare il potere. Un’America dove le parole non sono più opinioni, ma ordini impliciti. E dove “irrispettoso” non è un giudizio: è una sentenza.

— loreleca