Perde pure l’accordo di lista con Bonino: dovrà raccogliere 56mila firme o riabbracciare Renzi

Tommaso Rodano

Alla fine Carlo Calenda, bombarolo moderato, ha fatto quello che sa fare meglio: mandare tutto per aria. L’alleanza con il Pd è durata la bellezza di cinque giorni: malgrado l’accordo generoso con il leader di Azione (30% dei collegi a lui e 70% ai dem), non ha retto alle strette di mano di Enrico Letta con il tandem Bonelli-Fratoianni e Luigi Di Maio. Spirito solitario, tentato dal terzo polo centrista, poi persuaso dall’ammucchiata anti-Meloni, infine di nuovo da solo: in una settimana il portentoso ego calendiano ha fatto un lungo giro intorno a se stesso, restando fermo al punto di partenza.
È andato a spiegarlo in televisione, ospite di Lucia Annunziata nel pomeridiano Mezz’ora in più. Camicia bianca, pantaloni cachi, occhiali neri e sorriso tirato, il fondatore di Azione si è prima infilato in un lungo preambolo: “È la decisione più difficile da quando ho iniziato a fare politica”, ha detto con tono grave e pause teatrali, “all’inizio di questa campagna elettorale ho stretto un accordo col Partito democratico con questa idea: cerchiamo di costruire un’alternativa di governo. Mano a mano che questa negoziazione andava avanti, si aggiungevano pezzi che stonavano. Oggi io mi trovo a fianco a delle persone che hanno votato 54 volte la sfiducia a Draghi più dei Cinque stelle (Fratoianni e Sinistra italiana, ndr) e dall’altro lato ex grillini che hanno inquinato il dibattito politico italiano, come Di Maio e Manlio Di Stefano. Mi sono un po’ perso”. Calenda ha provato a ritrovare un’aura di nobiltà, raccontando la proposta avanzata a Letta due giorni prima: “Ho detto a Enrico, facciamo questa cosa: io rinuncio ai collegi. Tengo solo il 10% e ti lascio il 90%”. È caduta lì, quindi addio: “Non c’è coraggio, bellezza, serietà, onore a fare politica così. Pertanto io ho comunicato a Franceschini, poco prima di venire qui, che non intendo andare avanti su questa alleanza”. Calenda ha buttato lì una domanda legittima: “Che senso ha dire no ai Cinque stelle e dire di sì a chi ha votato la sfiducia a Draghi 55 volte?”. Peccato che nel patto siglato con Letta fosse scritto nero su bianco che l’accordo tecnico per limitare la vittoria della destra sarebbe stato aperto ad altri interlocutori, di cui Calenda conosceva benissimo i nomi. “Un conto è fare un patto con le reciproche differenze”, ha provato a spiegare il leader di Azione, “e un conto è il bombardamento continuo, quotidiano, totale, assoluto, su di noi da parte della sinistra. Gli italiani ci prendono per matti”. Su questo è difficile dargli torto.
C’è però un aspetto, meno idealistico, che ha contribuito a guidare Calenda. Qualcuno che lo conosce, venerdì l’ha sentito trasalire alla lettura dei sondaggi. Mentre in pubblico l’ex ministro twittava rilevazioni assai lusinghiere, che davano Azione vicina al 10% anche in compagnia del Pd, in privato i numeri letti da Calenda (insieme agli attacchi ricevuti sui social) erano molto meno promettenti: il campo largo e strambo con Letta, Fratoianni e gli altri avrebbe portato via al suo partito parecchi punti percentuali.
Ora per il lib-dem dei Parioli si apre una partita complessa. Lasciando il Pd, Calenda perderà Emma Bonino. Oggi si riunisce la direzione di +Europa, ma la sentenza pare scritta: “C’è sorpresa e rammarico – ha detto il presidente, Riccardo Magi – avremmo dovuto decidere insieme e non è stato così”. Il bluff di Calenda è debole: “Era chiaro, nel nostro patto, che ci sarebbero state altre liste, infatti era stata inserita quella clausola di non candidatura dei leader”.
Senza i radicali e il loro simbolo, per Calenda si pone la questione serissima della raccolta firme per partecipare alle elezioni (da cui sono esentati i partiti già in Parlamento, come +Europa): ne servono 750 per ogni collegio, quindi 36.750 per la Camera e 19.500 per il Senato; in totale 56.250 entro il 22 agosto. Altrimenti può allearsi con Matteo Renzi e correre con l’insegna di Italia Viva. Non a caso l’ex premier ha detto ai suoi di tenere un profilo basso e di aspettare. Per l’ambizioso Calenda sarebbe un’umiliazione politica letale.