Tra talk show e ricerca del leader perfetto, la politica rischia di dimenticare la domanda più importante: quale Paese vogliamo costruire?

C’è qualcosa di curioso nel modo in cui una parte del giornalismo politico racconta oggi l’opposizione italiana.

Si guarda ossessivamente al volto, al leader, al federatore, al nome da mettere sul manifesto. Si misura tutto come fosse un casting televisivo permanente. Ma quasi mai si guarda davvero a ciò che dovrebbe venire prima: le idee, il programma, il metodo con cui quel programma viene costruito.

È dentro questa logica che si inserisce l’editoriale di Antonio Padellaro pubblicato su Il Fatto Quotidiano, nel quale sostiene che, anche se il governo Meloni dovesse cadere domani, l’opposizione non sarebbe pronta.

Secondo Padellaro mancherebbero un candidato premier, una leadership definita, un’identità politica chiara e soprattutto un programma condiviso.

Un’analisi dura, certamente legittima.

Ma dentro questa lettura manca un pezzo enorme della realtà politica che si sta muovendo nel Paese.

Il pezzo mancante si chiama NOVA

Quel pezzo si chiama NOVA 2026 parola all’Italia

Un percorso promosso dal Movimento 5 Stelle che prova a fare una cosa quasi rivoluzionaria per la politica italiana contemporanea: costruire un programma di governo insieme ai cittadini, ai territori, alle associazioni, ai lavoratori, agli amministratori locali e alla società civile.

Non il classico tavolo chiuso tra dirigenti di partito.

Non l’ennesima trattativa romana fatta di equilibri interni, veti e correnti.

Ma un processo partecipativo diffuso, territoriale, aperto, basato sull’ascolto e sul confronto.

E allora la domanda nasce spontanea: se si sostiene che l’opposizione non abbia un programma, perché ignorare proprio il tentativo più concreto e innovativo di costruirlo?

La politica ridotta a casting

Perché il punto vero è questo: oggi la politica viene raccontata quasi esclusivamente come spettacolo.

Chi sarà il candidato premier?
Chi federerà il centrosinistra?
Chi terrà insieme Conte e Schlein?
Chi funziona meglio in televisione?
Chi “buca lo schermo”?

Ma molto più raramente ci si ferma a chiedere: per fare cosa?

Perché il problema dell’Italia non è trovare un volto nuovo da mandare nei talk show.

Il problema è capire quale idea di Paese si vuole costruire.

Sanità pubblica.
Lavoro povero.
Salari.
Casa.
Scuola.
Pensioni.
Transizione ecologica.
Disuguaglianze sociali.
Politica industriale.
Guerra e politica estera.

Sono questi i temi che dovrebbero stare al centro del dibattito.

Eppure sembrano quasi fastidiosi dentro un sistema mediatico che preferisce la personalizzazione continua della politica.

Il silenzio mediatico

Un candidato lo si costruisce in pochi giorni.

Un programma serio costringe invece a studiare, discutere, confrontarsi, ascoltare territori diversi e anche conflitti diversi. Richiede tempo, metodo e partecipazione.

Ed è probabilmente proprio questo che oggi appare quasi sovversivo.

Padellaro ipotizza anche che forse nessuno voglia davvero vincere, perché governare l’Italia nei prossimi anni sarà difficilissimo.

Può essere.

Ma esiste anche un’altra questione, più scomoda e meno raccontata: chi prova a costruire un’alternativa oggi non combatte soltanto contro un governo.

Combatte contro un intero sistema di potere fatto di interessi economici, relazioni mediatiche, televisioni compiacenti, grandi gruppi editoriali e meccanismi consolidati che occupano stabilmente la scena pubblica.

Ed è qui che emerge una contraddizione enorme.

Quando un progetto partecipativo ampio viene ignorato o minimizzato, quando il lavoro nei territori sparisce dal racconto mediatico, quando si continua a sostenere che “non c’è un programma” senza nemmeno guardare ai processi che stanno tentando di costruirlo, allora forse il problema non è soltanto l’opposizione.

Forse il problema è anche il modo in cui il sistema dell’informazione sceglie cosa rendere visibile e cosa no.

Perché è facile dire che l’opposizione non esiste.

Molto più difficile è spiegare perché certe esperienze non trovino spazio nei grandi circuiti mediatici.

La domanda vera

Alla fine la domanda vera non è soltanto: “Chi sarà il candidato premier?”.

La domanda vera è un’altra.

Perché quando qualcuno prova a costruire un programma insieme ai cittadini, gran parte del sistema mediatico guarda altrove e poi sostiene che quel programma non esiste?

Perché se continui a cercare la politica solo nei salotti televisivi, finirai inevitabilmente per vedere solo poltrone e non il Paese reale.


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