
Negli ultimi mesi il dibattito sulla costruzione di nuovi impianti di incenerimento in Italia (spesso ribattezzati “termovalorizzatori”) è tornato centrale. Si parla di “chiusura del ciclo” e di energia, ma i dati raccontano un’altra storia: l’inceneritore non fa sparire i rifiuti, li trasforma in emissioni, acque di processo e residui solidi.
Per capire di cosa stiamo parlando, bastano 7 numeri.
1) 25%: i rifiuti non spariscono
Dopo la combustione resta una quota rilevante di ceneri e scorie: in media circa il 20–25% del materiale bruciato. Sono residui che devono essere gestiti come rifiuti speciali, spesso con smaltimento complesso e costoso.
2) 1000+: sostanze chimiche nelle emissioni
Le emissioni possono contenere centinaia o migliaia di composti: metalli pesanti, IPA, diossine e altri inquinanti. Non è solo “fumo”: è una miscela chimica che si deposita su aria, suolo e acque.
3) 0: nessun limite davvero sicuro per le diossine
Per alcune sostanze (come le diossine) la logica è semplice: più basso è meglio. La tossicità è elevatissima e l’esposizione si misura anche a livelli minimi (picogrammi). Parlare di “a norma” non significa automaticamente “innocuo”.
4) 30 anni: il vincolo economico
Un inceneritore è un investimento enorme. Per rientrare dei costi serve farlo lavorare per decenni (20–30 anni) con flussi costanti di rifiuti. Questo crea un vincolo: se riduci davvero i rifiuti (come chiede l’Europa), rischi di mettere in crisi l’impianto.
5) 1,3 milioni di tonnellate di CO₂
L’incenerimento produce CO₂, anche perché una parte rilevante dei rifiuti contiene plastica (carbonio fossile). In Danimarca l’incenerimento è associato a circa 1,3 milioni di tonnellate di CO₂/anno (ordine di grandezza utile a capire l’impatto climatico).
6) 30%: la retromarcia della Danimarca
La Danimarca, spesso citata come “modello”, ha avviato politiche per ridurre la capacità di incenerimento (taglio del 30% entro il 2030). Un segnale: anche dove l’incenerimento è diffuso, si sta cambiando rotta per ragioni climatiche ed economiche.
7) 70%: con una buona differenziata l’inceneritore serve sempre meno
Quando la raccolta differenziata supera 65–70%, la quantità di rifiuto residuo cala drasticamente. La strategia europea è chiara: riduzione, riuso, riciclo e recupero di materia. È lì che si gioca una gestione moderna, non nella combustione.
La domanda vera
Vogliamo investire risorse pubbliche e private in un impianto che deve bruciare rifiuti per decenni, oppure costruire un sistema fondato su riduzione, riciclo, filiere industriali del recupero e innovazione?
Per territori già segnati da pressioni ambientali e industriali, come la Val Bormida, la scelta non è neutra: riguarda salute, economia locale e futuro.
Ridurre, riutilizzare, riciclare: non incenerire.
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