Da tempo la televisione non offriva un’esperienza così faticosa come l’ospitata di Leonardo Maria Del Vecchio a Otto e mezzo. Un’intervista segnata da pause interminabili, frasi spezzate, suoni usati come riempitivo di un pensiero che non arrivava mai.

Non si tratta di timidezza o di emozione. È qualcosa di più strutturale: l’impressione persistente che dietro la parola non ci fosse nulla. Un discorso sospeso sul bordo del non-senso, capace di restituire agli spettatori una precisa percezione del vuoto.

Il disagio era tale da suscitare quasi empatia. Viene voglia di aiutare l’intervistato, suggerirgli una frase, invitarlo a fermarsi. Perché a volte tacere non è una sconfitta, ma una forma di prudenza.

Eppure parliamo di uno degli eredi dell’impero Luxottica, di un patrimonio miliardario, di un nuovo editore che rivendica l’acquisto di giornali per garantire “informazione autorevole” alle future generazioni. Un proposito ambizioso, soprattutto se pronunciato senza riuscire a reggere un periodo compiuto.

Come osserva Marco Palombi sul Fatto Quotidiano, il problema non è ciò che Del Vecchio ha detto, ma ciò che ha mostrato: il divario sempre più evidente tra potere economico e capacità di stare nello spazio pubblico.


Il commento

Quella di Del Vecchio non è stata solo una brutta prova televisiva. È stata una metafora involontaria del capitalismo ereditario italiano: ricchezza concentrata, esposizione mediatica crescente, povertà di pensiero.

Si possono comprare quote, giornali, prestigio. Più difficile è comprare una visione, un’idea, una frase che regga fino al punto.

Del Vecchio ha precisato di non sentirsi un eroe. Nessun equivoco: non lo è. Ma se si sceglie di parlare al Paese, il minimo sindacale è sapere cosa dire.