Il caso Spotorno non è una semplice disputa tecnica sul Piano di Utilizzo del Demanio (PUD). È un passaggio politico e istituzionale che riguarda un tema molto più grande: ripristinare la legalità nella gestione e nell’assegnazione delle spiagge, che sono beni pubblici.

L’assemblea pubblica al Palace (affollata, tesa e partecipata) ha fatto emergere due linee contrapposte: da una parte l’Amministrazione, guidata dal sindaco Mattia Fiorini, che difende l’obiettivo del 40% di spiagge libere nella nuova bozza di PUD; dall’altra concessionari, categorie economiche e una parte del pubblico che contesta metodo, tempi e ricadute sul paese.

Il punto che non si può aggirare: il demanio non è “di qualcuno”

Al netto delle percentuali (40%, 42% o altro), esiste un fatto che dovrebbe mettere tutti d’accordo: le concessioni sono scadute e il sistema non può restare in una zona grigia fatta di proroghe, rinvii, promesse e interpretazioni “a convenienza”.

Quando si parla di spiagge, non si parla di un patrimonio privato: si parla di demanio pubblico. E il demanio, per definizione, richiede regole certe, trasparenza, criteri verificabili e decisioni motivabili davanti ai cittadini.

Percentuali a parte: ciò che conta è la trasparenza delle scelte

Il conflitto esploso a Spotorno mostra un problema tipico: quando un percorso di riordino arriva tardi, inevitabilmente diventa esplosivo. Nel dibattito sono emersi due nodi concreti:

  • Quali concessioni verrebbero cancellate (l’ipotesi è di 9 agli estremi dell’arenile) e con quali criteri;
  • Se esista una strada alternativa, ad esempio ridurre porzioni di arenile a ciascun stabilimento per ricavare la quota di libere (ipotesi complessa ma citata nel confronto).

Su questi punti una cosa è essenziale: le scelte devono essere pubbliche, motivate e tracciabili. Non “annunciate” e poi difese a colpi di slogan.

Il “modello Bergeggi” e la verità che molti fingono di non vedere

Nel confronto è stato citato il caso di Bergeggi, indicato come esempio di paese che convive con oltre il 40% di spiagge libere e libere attrezzate senza il disastro annunciato da alcuni. Il messaggio politico è chiaro: legalità e turismo possono stare insieme, se ci sono regole e gestione.

Ed è qui che si arriva al cuore della questione: non sono le spiagge libere a creare il caos. Il caos lo crea l’assenza di una governance pubblica credibile: controlli insufficienti, servizi inadeguati, regole non applicate, scarsa programmazione dei flussi.

Ordine pubblico e servizi: non si risolve con la paura

Nella discussione è entrato anche il tema della gestione dei comportamenti in spiaggia. Il Comune ha parlato di regolamenti e controlli: vigilanza privata, presenza di Polizia Locale e carabinieri, videosorveglianza, illuminazione, divieti (alcol, barbecue, tende) e servizi sulle libere (pulizia, bagni, docce, salvataggio).

Questa parte, per essere credibile, deve diventare un impegno scritto, finanziato e verificabile. Perché se l’obiettivo è “mettere ordine”, non bastano le parole: servono risorse, personale e un piano operativo.

L’urgenza politica: ripristinare la legalità nell’assegnazione delle spiagge

Il punto di sintesi è semplice: il Comune deve agire. Non può esistere un sistema in cui un bene pubblico resta incastrato tra proroghe, pressioni e narrazioni contraddittorie. L’urgenza, oggi, è riportare il demanio dentro un quadro di legalità trasparente:

  • gare pubbliche con criteri chiari e controllabili;
  • accesso al mare garantito e servizi minimi sulle libere;
  • tutela del lavoro, con percorsi ordinati e non improvvisati;
  • regole e controlli applicati davvero, non annunciati.

Spotorno, oggi, è un caso emblematico per tutta la Liguria: dimostra che il problema non si risolve con l’ennesimo rinvio. La politica locale deve avere il coraggio di dire una verità scomoda ma necessaria: le spiagge sono un bene pubblico e la loro gestione deve tornare ad essere legale, trasparente e orientata all’interesse generale.