
Leonardo Maria Del Vecchio è diventato, suo malgrado, un simbolo: non tanto per ciò che dice, quanto per ciò che rappresenta. Una nuova generazione di “imprenditori” che non crea valore, ma lo amministra, lo eredita e lo trasforma in potere simbolico. Non innovazione, non visione industriale, non rischio d’impresa: rendita, influenza, controllo del racconto.
Il punto non è personale. È politico e culturale. Perché questa élite non costruisce futuro: lo compra. E quando il capitale rinuncia a produrre innovazione, spesso sceglie una scorciatoia: investire in narrazione.
Dal fare impresa al parcheggiare capitale
Negli ultimi anni, una parte crescente di grandi patrimoni si concentra su settori come ristorazione, lifestyle, intrattenimento. Non sono “peccati” in sé: il problema è che diventano la traiettoria dominante quando manca una strategia industriale e tecnologica capace di alzare produttività, competenze e salari.
Il risultato è un’economia a basso valore aggiunto che spesso regge su precarietà e lavoro sottopagato. Non è sviluppo: è gestione della rendita. È il contrario dell’innovazione, che richiede rischio, investimento in ricerca, formazione, filiere, infrastrutture.
Quando il capitale non produce valore, compra consenso
Il passaggio decisivo avviene quando la ricchezza smette di cercare legittimazione nei risultati e la cerca nell’influenza. Qui entrano in gioco i media: controllare il racconto è più semplice che rispondere dei risultati. È più efficace costruire autorevolezza che costruire progresso.
Per questo la rincorsa a una “grande media company” non va letta come pluralismo. Il pluralismo non nasce dal passaggio di mano tra oligarchi: è spesso solo continuità di potere, con nuove firme sullo stesso assegno.
Feudi contro feudi: lo scontro tra dinastie non riguarda i cittadini
Il confronto tra grandi famiglie industriali e finanziarie non è gossip: è una lotta tra patrimoni ereditati che si contendono il megafono. Una sfida tra feudi che non porta benefici collettivi, perché non nasce da una competizione su idee, innovazione, qualità del lavoro o servizi pubblici. Nasce da interessi di controllo.
E intanto i media amplificano sempre i primi della scala sociale: scambiano ricchezza per competenza, privilegio per autorevolezza. Al figlio del miliardario le prime serate. Al lavoratore povero nessun microfono. Noi non facciamo audience, quindi non esistiamo.
Il nome giusto: capitalismo parassitario
Tutto questo ha un nome: capitalismo parassitario. Non innova, non redistribuisce, non crea futuro. Compra consenso e riscrive la realtà. Non ha bisogno di competenza: ha bisogno di patrimonio.
Se questa è l’élite proposta come riferimento, il problema non è solo economico. È democratico. È culturale. Perché una società che premia l’eredità come se fosse merito sta dicendo ai giovani capaci: “non serve essere bravi, serve nascere nel posto giusto”.
Qui non c’è “odio di classe”. C’è una frattura reale: loro la combattono dall’alto con la narrazione, noi la subiamo dal basso nella vita quotidiana. E finché la ricchezza ereditaria continuerà a sostituire competenza e responsabilità, il conflitto sociale non sarà un incidente: sarà una conseguenza inevitabile.
Loreleca
