La Bce e la lezione del Golfo: accelerare l’addio a oil e gas

Energia, guerra e prezzi: la lezione della crisi nel Golfo è chiara. Meno fossili significa meno ricatti e bollette più stabili.
Dal Fatto Quotidiano, 12 aprile 2026 – articolo di Nicola Borzi
La guerra di Israele e Usa contro l’Iran non è soltanto una tragedia umanitaria, un attacco al diritto internazionale e una minaccia alla stabilità globale. È anche la dimostrazione concreta di quanto la dipendenza dalle fonti fossili e dalle strozzature del commercio globale continui a pesare sulle economie mondiali.
Da questa crisi emerge una lezione politica ed economica precisa: ridurre la dipendenza da petrolio e gas non è più solo una scelta ambientale, ma una necessità strategica. Accelerare la decarbonizzazione e investire nelle energie rinnovabili significa proteggere famiglie, imprese e Stati dagli shock geopolitici che periodicamente colpiscono il mercato energetico globale.
A sostenerlo è Frank Elderson, membro olandese del Comitato esecutivo e vicepresidente del Consiglio di vigilanza della Banca centrale europea, in un intervento pubblicato sul blog della Bce. Il punto di partenza della sua analisi è semplice: oggi l’Europa spende quasi 400 miliardi di euro all’anno per importare combustibili fossili. Una cifra enorme, che espone il continente a tensioni internazionali, ricatti energetici e fiammate inflazionistiche.
Elderson ricorda che, secondo la Commissione europea, tra il 2026 e il 2030 serviranno circa 660 miliardi di euro l’anno di investimenti per la transizione. Ma fermarsi a questo dato, avverte, è profondamente fuorviante. Il motivo è chiaro: una volta realizzate le infrastrutture, il costo marginale delle energie rinnovabili è molto più basso rispetto a quello delle fonti fossili. In sostanza, dopo l’investimento iniziale, l’energia prodotta da sole e vento diventa strutturalmente più conveniente.
Non si tratta di un ragionamento astratto. A confermarlo sono anche dati concreti. Un’analisi pubblicata l’11 marzo dal Comitato contro il cambiamento climatico del governo britannico mostra che ogni sterlina investita nelle energie sostenibili produce benefici economici compresi tra 2,2 e 4,1 volte superiori ai costi sostenuti.
Un altro esempio arriva dalla Spagna, indicata come uno dei Paesi che hanno scelto con maggiore decisione la strada della transizione energetica. Secondo una ricerca della Banca di Spagna, i prezzi all’ingrosso dell’elettricità all’inizio del 2024 erano inferiori di circa il 40% rispetto a quanto sarebbero stati se la produzione eolica e solare fosse rimasta ai livelli del 2019. In altre parole: più rinnovabili, meno esposizione agli shock internazionali e bollette più contenute.
L’alternativa, del resto, è già stata vista più volte nella storia. È accaduto nel 2022, con l’impennata dei prezzi energetici dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Era già successo nel 1973, con l’embargo petrolifero dell’Opec durante la guerra del Kippur. Ed è riemerso ancora una volta nelle settimane del conflitto contro l’Iran: aumento del prezzo delle fonti fossili, inflazione, difficoltà per le imprese, bilanci pubblici messi sotto pressione.
Il messaggio della Bce ai governi europei è netto: non bisogna cedere alla tentazione di rallentare o rinviare la transizione per inseguire vantaggi immediati e solo apparenti. Al contrario, servono certezza delle politiche, incentivi coerenti e una difesa credibile degli obiettivi di decarbonizzazione già fissati, compreso il sistema europeo di scambio delle quote di emissione.
La vera questione non è più se l’Europa possa permettersi di realizzare la transizione energetica, bensì se possa permettersi di non farlo.
La conclusione di Elderson è politica oltre che economica: l’Europa non può cancellare il rischio geopolitico, ma può ridurne drasticamente l’esposizione. Ed è qui che la transizione ecologica smette di essere raccontata come un costo e torna ad apparire per quello che è davvero: un investimento in sicurezza, stabilità e autonomia strategica.
Box editoriale
La lezione è semplice: chi continua a difendere oil e gas come unica strada realistica condanna l’Europa a rimanere ostaggio delle crisi internazionali. Le rinnovabili non sono più solo una scelta ambientale, ma una risposta economica e geopolitica. Continuare a rinviare significa esporre cittadini e imprese a nuove emergenze, nuove speculazioni e nuovi rincari.
Fonte: Nicola Borzi, Il Fatto Quotidiano, 12 aprile 2026.
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