
Liste d’attesa sempre più lunghe: tra dati ufficiali e realtà, cresce la distanza tra propaganda e diritto alla salute.
Era il giugno 2024 quando la premier Giorgia Meloni presentava il decreto sulle liste d’attesa come una “svolta storica”, destinata a ridurre i tempi della sanità pubblica. A distanza di due anni, e dopo quattro anni di governo, quella promessa è rimasta sulla carta. Le liste d’attesa non sono state abbattute: in molti casi sono peggiorate. E il sistema sanitario continua a muoversi dentro le stesse distorsioni di sempre.
La distanza tra propaganda e realtà emerge con forza dai dati che arrivano da diverse Regioni. Non siamo di fronte a episodi isolati, ma a un quadro nazionale che racconta una sanità pubblica sempre più in difficoltà, incapace di garantire tempi certi e sempre più orientata a “ripulire” i numeri invece che a curare davvero i cittadini.
I numeri che smentiscono la propaganda
Nel Lazio, un accesso agli atti richiesto dal consigliere di Azione Alessio D’Amato ha rivelato che tra luglio 2025 e marzo 2026 il sistema ReCUP ha registrato oltre 2,5 milioni di “rifiuti” sulla prima disponibilità proposta. Ma dietro quel dato si nasconde un meccanismo preciso: il sistema utilizza il cosiddetto “ambito di garanzia” per offrire appuntamenti anche a centinaia di chilometri di distanza. Quando il paziente rifiuta perché non può affrontare quello spostamento, la prenotazione viene registrata come rinuncia. Così la lista si alleggerisce nei database, ma la prestazione resta comunque non erogata.
In Sicilia si arriva a livelli impressionanti. A Lentini si aspettano 727 giorni per una colonscopia: quasi due anni e mezzo per un esame essenziale, decisivo per la prevenzione e la diagnosi tempestiva del tumore al colon. Un’attesa del genere non è solo un disservizio: è il segno concreto di un diritto alla salute che si svuota.
In Puglia, su circa 60 mila prestazioni anticipate tra febbraio e marzo, oltre 34 mila cittadini hanno rifiutato l’anticipo della visita. Anche qui il dato va letto per quello che è: spesso quei cittadini nel frattempo avevano già pagato di tasca propria una visita nel privato, oppure avevano rinunciato a curarsi. Altro che efficienza recuperata.
Nemmeno le regioni spesso considerate “virtuose” sono immuni. In Emilia-Romagna, uno dei meccanismi frequentemente usati è quello delle liste di galleggiamento: prenotazioni senza una data effettiva, sospese in una sorta di limbo amministrativo che alleggerisce solo in apparenza il peso delle attese. E infatti i dati aggiornati ad aprile 2026 mostrano ancora criticità pesanti in alcune aree: fino a 200 giorni per una visita oculistica e circa 120 giorni per una risonanza magnetica, ad esempio a Ferrara.
In Lombardia il sistema ufficiale restituisce l’immagine di una rete sotto fortissima pressione, con casi estremi che superano persino i 700 giorni di attesa. In Campania, invece, un’inchiesta di Report aveva già svelato un altro trucco usato per abbattere artificialmente le liste: il software di alcune Asl sarebbe stato impostato per registrare automaticamente la dicitura “paziente rifiuta la prima disponibilità”. E i dati del 2025 confermano un quadro allarmante: nelle prestazioni urgenti da eseguire entro 72 ore, il 63% dei pazienti, pari a oltre 78 mila persone, risulta aver “rifiutato” la prima proposta. Nelle prestazioni programmabili si arriva addirittura a circa 3 milioni di rinunce, pari al 76% dei casi.
In Calabria il peggioramento è evidente soprattutto nella priorità programmata: i tempi medi sono estremamente dilatati e si arriva a 430 giorni di attesa per una colonscopia. Anche qui la domanda è semplice: di quale efficienza si può parlare, quando per esami essenziali si aspetta più di un anno?
Il trucco delle ricette che scadono
Ad aggravare ulteriormente il quadro c’è il meccanismo della scadenza delle ricette, difeso dal ministro della Salute Orazio Schillaci come misura di “appropriatezza”. Nei fatti, però, i primi effetti si sono visti soprattutto in Lombardia: con la riduzione della validità a sei mesi, sarebbero state annullate d’ufficio milioni di impegnative senza che la prestazione fosse mai stata eseguita.
Anche qui il risultato è chiaro: la lista si accorcia formalmente, ma il cittadino non riceve alcuna cura. È una logica puramente contabile, che scarica sui pazienti il peso dell’inefficienza del sistema e trasforma la mancata prestazione in una cancellazione amministrativa.
Una scelta politica, non un incidente tecnico
Il punto vero è che non siamo davanti a semplici difetti organizzativi. Siamo davanti a una precisa scelta politica. Ridurre davvero le liste d’attesa significherebbe assumere personale, rafforzare la medicina territoriale, investire in strutture, tecnologie e organizzazione, riportando al centro il servizio pubblico. Invece si è scelta la via più facile: intervenire sugli algoritmi, sulle classificazioni, sulle scadenze, sulle rinunce registrate a sistema.
Così si governa la percezione del problema, non il problema stesso. E mentre la sanità pubblica arretra, cresce inevitabilmente lo spazio del privato. Chi può permetterselo paga e si cura. Chi non può permetterselo aspetta, rinvia, oppure rinuncia.
La realtà dietro la narrazione
Tutto questo avviene mentre il ministero della Salute prepara una nuova campagna di comunicazione trionfale sull’abbattimento delle liste. Ma la realtà racconta l’esatto contrario. Dietro i comunicati e gli slogan, il sistema continua a usare scorciatoie burocratiche e meccanismi opachi per produrre un alleggerimento solo apparente.
La verità è semplice e brutale: il sistema, in troppi casi, non ha smesso di far aspettare i malati. Ha iniziato a cancellarli dai numeri.
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