
Primarie sì, ma solo quando convengono? Il caso Pd riapre il tema della democrazia interna nel centrosinistra.
Rassegna stampa – 7 aprile 2026
Fino a pochi mesi fa il Partito Democratico rivendicava con forza le primarie di coalizione come strumento fondativo della propria identità politica. Oggi, invece, il dibattito interno appare improvvisamente cambiato, con distinguo, frenate e nuove formule che sembrano allontanare quella stessa pratica.
Il precedente storico
Le primarie sono state uno degli elementi costitutivi del Pd fin dalla sua nascita nel 2007. Già nel 2005, con la scelta del candidato premier dell’Unione, rappresentarono uno strumento di partecipazione popolare senza precedenti: oltre 4 milioni di cittadini al voto e una vittoria netta di Romano Prodi, che l’anno successivo riuscì a battere il centrodestra.
Negli anni successivi, tuttavia, questo modello è stato progressivamente accantonato. I candidati premier sono stati individuati direttamente dalla leadership del partito: da Veltroni a Bersani, fino a Renzi e Letta. Una scelta resa possibile da una posizione dominante del Pd all’interno della coalizione.
Il cambio di scenario
Oggi il quadro politico è diverso. Il Movimento 5 Stelle, guidato da Giuseppe Conte, rappresenta un alleato competitivo e non più subordinato. I sondaggi indicano un consenso significativo e una leadership percepita come forte anche oltre il proprio elettorato.
In questo contesto, le primarie di coalizione assumerebbero un significato nuovo: non più una formalità, ma una competizione reale per la leadership del campo progressista.
Le dichiarazioni (recenti)
Fino a pochi mesi fa, esponenti di primo piano del Pd si esprimevano chiaramente a favore:
- Elly Schlein: apertura alle primarie di coalizione come metodo naturale in una alleanza ampia
- Debora Serracchiani: “strumento nel DNA del Pd”
- Stefano Bonaccini: “ottimo strumento di scelta”
- Sandra Zampa: le primarie non dividono, ma rafforzano il confronto democratico
Il nodo politico
Oggi, però, il linguaggio cambia: si parla di “federatori”, “soluzioni condivise”, “percorsi alternativi”. Termini che, di fatto, sembrano sostituire l’idea originaria di una competizione aperta tra candidati.
Il rischio evidente è quello di trasformare uno strumento di partecipazione in una scelta selettiva, valida solo quando l’esito appare favorevole.
Box editoriale
La questione è semplice: le primarie sono uno strumento democratico sempre valido oppure solo quando garantiscono un risultato prevedibile?
Se diventano opzionali, smettono di essere un principio e diventano una convenienza politica.
E questo, nel medio periodo, rischia di allontanare proprio quell’elettorato che si dice di voler coinvolgere.
Fonte: Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano, 7 aprile 2026
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