Fratelli d’Italia accelera sulla nuova legge elettorale: proporzionale, preferenze e revisione del voto estero. Ma la maggioranza è divisa e le opposizioni frenano. Sullo sfondo, l’ipotesi di elezioni anticipate.

La destra accelera sulla legge elettorale. Ma il tempismo, più delle parole, rivela il senso politico dell’operazione.

Mentre la maggioranza mostra tensioni sempre più evidenti e il quadro politico resta instabile, Fratelli d’Italia prova a rimettere mano alle regole del gioco. Non in una fase di stabilità istituzionale, ma dentro una stagione di fibrillazione politica. Ed è proprio questo il punto.

Donzelli si muove, FdI apre il cantiere

L’iniziativa parte dall’area meloniana. Giovanni Donzelli, emissario politico di Fratelli d’Italia, avrebbe già avviato contatti, abboccamenti e messaggi con settori delle opposizioni per aprire subito il confronto su una nuova legge elettorale.

Il cantiere sarebbe già calendarizzato alla Camera e il nuovo impianto punterebbe su un sistema proporzionale. Rispetto alla bozza iniziale, Fratelli d’Italia sarebbe pronta a mettere sul tavolo anche il ritorno delle preferenze.

La proposta: proporzionale, preferenze e voto estero da riscrivere

I punti che emergono sono politicamente molto rilevanti. Non si parla di un semplice ritocco tecnico, ma di una revisione profonda delle regole del gioco:

  • sistema elettorale proporzionale;
  • possibile ritorno delle preferenze;
  • riduzione del premio di maggioranza;
  • revisione del meccanismo di elezione dei 12 parlamentari eletti all’estero, con l’ipotesi di un collegio unico al posto delle attuali quattro ripartizioni.

La motivazione ufficiale che filtra è quella di evitare che qualcuno possa “eleggersi da solo” il Presidente della Repubblica. Ma dietro questa giustificazione si intravede un’altra verità: la destra, o almeno una parte di essa, sembra voler rimettere mano alle regole proprio mentre gli equilibri interni e politici appaiono più fragili.

Gli alleati frenano, la maggioranza non è compatta

Il primo dato politico è che Fratelli d’Italia non sembra affatto avere un consenso pieno nemmeno dentro la propria coalizione. Lega e Forza Italia, secondo quanto emerge, guardano con più di una perplessità all’accelerazione meloniana.

Non è un dettaglio. Quando una maggioranza apre il dossier legge elettorale senza avere una linea condivisa, significa che non sta solo discutendo di regole democratiche: sta anche misurando rapporti di forza, paure, diffidenze e convenienze.

Le opposizioni prendono tempo

Sul fronte opposto, nel campo giallorosa la parola d’ordine sembra essere una sola: non abboccare. Nel Partito Democratico e nel Movimento 5 Stelle prevale una linea attendista. Nessuna apertura immediata, nessuna corsa al tavolo, nessuna fretta di offrire una sponda a una destra che appare in difficoltà.

Il ragionamento politico è semplice: dopo il referendum, il centrodestra sarebbe finito in una fase di impaccio e aprire ora una trattativa sulle regole significherebbe aiutarlo a uscire dalla palude.

Anche sul tema delle preferenze, dietro le dichiarazioni ufficiali, restano molte ambiguità. Il Movimento le ha sempre evocate, ma non pare affatto entusiasta all’idea di reintrodurle davvero. In Parlamento, del resto, i sostenitori autentici delle preferenze sembrano molti meno di quelli che le citano pubblicamente.

Sullo sfondo l’ipotesi di voto anticipato

A rendere il clima ancora più nervoso è la voce, sempre più insistente nei corridoi parlamentari, di possibili elezioni anticipate. Circola perfino una data: 7 giugno.

Se davvero si andasse in quella direzione, sarebbe di fatto impossibile approvare in tempo una nuova legge elettorale. E diventerebbe ancora più irrealistico immaginare primarie, coalizioni già definite o accordi larghi nel centrosinistra.

Per questo l’attivismo di Fratelli d’Italia viene letto da molti non come un serio avvio di riforma, ma come un segnale politico: o si tenta di ridefinire il quadro prima che precipiti, oppure ci si prepara a votare nel caos.

Più che una riforma, una partita di potere

Il nodo vero è tutto qui. Non siamo davanti a un confronto neutrale sulle regole migliori per rappresentare i cittadini. Siamo davanti a una partita di potere, giocata in una fase delicata, con una maggioranza non compatta e opposizioni che scelgono di non prestarsi.

Quando si prova a cambiare la legge elettorale mentre la partita politica è ancora in corso, il sospetto è inevitabile: più che di una riforma per il sistema, si tratta di una mossa di convenienza per riequilibrare rapporti di forza, contenere rischi e guadagnare tempo.

In altre parole: il cantiere viene aperto, ma la fiducia non c’è. E quando mancano fiducia, chiarezza e condivisione, la legge elettorale smette di essere una regola comune e diventa soltanto un’arma politica.

Più che una riforma condivisa, sembra l’ennesimo tentativo di cambiare le regole nel momento in cui il quadro politico si fa incerto.

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