
Sanità in crisi a Novara: esami rinviati dopo un anno di attesa e cancellati all’ultimo momento. Il caso delle colonscopie riaccende il tema delle liste d’attesa e della carenza di personale nella sanità pubblica.
A Novara il problema delle liste d’attesa non è più soltanto una criticità da denunciare: è diventato il simbolo di una sanità pubblica che fatica a garantire tempi dignitosi e continuità nelle cure. All’ospedale Maggiore della Carità, una colonscopia può richiedere fino a 364 giorni di attesa. Ma il dato più grave è un altro: anche dopo un anno, l’esame può essere annullato poche ore prima.
È accaduto a una donna di 58 anni che, dopo aver prenotato nel febbraio 2025, avrebbe dovuto sottoporsi all’esame il 27 febbraio 2026. Aveva già iniziato la dieta preparatoria quando, tre giorni prima, è stata contattata dall’ospedale per la disdetta. Nessuna nuova data, solo la promessa di essere richiamata. A distanza di settimane, però, nessuno si sarebbe ancora fatto vivo.
Non si tratterebbe di un caso isolato. Anche un operaio, che aveva prenotato la colonscopia addirittura nel 2024, si è visto cancellare l’esame fissato per aprile 2026. Anche per lui, al momento, solo attesa e incertezza. E intanto l’unica vera alternativa resta il privato.
Liste d’attesa fuori controllo
Il quadro che emerge nel Novarese è pesante. La presenza di due aziende sanitarie, l’ospedale Maggiore e l’Asl con il presidio di Borgomanero e gli ambulatori sul territorio, non basta a garantire tempi accettabili. Anzi, i numeri raccontano una situazione ormai strutturale.
- Colonscopia: 364 giorni
- Gastroscopia: 331 giorni
- Ecografia al seno: 192 giorni
- Ecografia alle ghiandole salivari: 302 giorni
- Tac addome: oltre 4 mesi
- Visita fisiatrica: 254 giorni
- Visita dermatologica: 155 giorni al Maggiore, fino a 254 giorni nell’Asl
Numeri che non possono essere liquidati come un semplice rallentamento temporaneo. Qui siamo davanti a tempi incompatibili con una sanità pubblica efficiente e realmente accessibile, soprattutto per esami delicati o per pazienti anziani e fragili.
Il nodo vero: carenza di personale
Dietro questi ritardi c’è una causa precisa: la mancanza di personale. Secondo l’analisi dei fabbisogni del Maggiore, mancherebbero oltre settanta infermieri, trenta operatori socio-sanitari, numerosi tecnici di laboratorio e personale amministrativo. Un vuoto che pesa sull’organizzazione quotidiana e che finisce per scaricarsi direttamente sui cittadini.
Lo stesso ospedale ha spiegato che alcune colonscopie sono saltate per la mancanza di infermieri in determinate fasce orarie. Una giustificazione che conferma la natura strutturale del problema: non si tratta di un episodio isolato, ma della conseguenza di un sistema in affanno.
A rendere ancora più difficile la situazione ci sono il turnover, le offerte economiche più vantaggiose del privato e perfino della vicina Svizzera, oltre alla concorrenza interna di altre aziende sanitarie pubbliche capaci di offrire condizioni contrattuali migliori.
I proclami non bastano
La Regione Piemonte rivendica l’aumento delle prestazioni aggiuntive serali e nei fine settimana. Sono misure che possono alleggerire temporaneamente la pressione, ma non affrontano il cuore del problema. Perché il problema non è occasionale: è strutturale.
Se mancano medici, infermieri, tecnici e operatori, non sarà qualche seduta extra a rimettere in piedi il servizio sanitario pubblico. Servono investimenti stabili, nuove assunzioni e una programmazione seria. Altrimenti si continua a chiedere sforzi straordinari a personale già stremato da anni di emergenza continua.
Una sanità pubblica che rischia di diventare selettiva
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Chi può permetterselo si rivolge al privato e accorcia i tempi. Chi non può, aspetta mesi o un anno intero. Oppure rinuncia. E questo produce una frattura gravissima: il diritto alla salute smette di essere universale e diventa sempre più condizionato dal reddito.
A pagare il prezzo più alto sono soprattutto gli anziani, le persone con più patologie, i cittadini più fragili e quelli che non hanno la possibilità di spostarsi altrove. Quando si sentono dire che per una visita o un esame devono tornare l’anno dopo, la reazione è spesso una sola: sconforto.
Il punto politico
Quello che accade a Novara non è solo un disservizio locale. È il riflesso di una crisi più ampia della sanità pubblica italiana. Una crisi che si combatte troppo spesso con annunci, numeri rivendicati in conferenza stampa e misure tampone, ma senza affrontare fino in fondo il nodo delle risorse e degli organici.
Quando un esame importante viene fissato dopo un anno e poi cancellato all’ultimo momento, non siamo più davanti a un semplice problema organizzativo. Siamo davanti a un sistema che non riesce a garantire certezza, continuità e dignità ai cittadini.
La vera domanda politica è semplice: si vuole ancora difendere una sanità pubblica universalistica oppure la si sta lasciando scivolare, lentamente, verso un modello dove chi paga si cura e chi non paga aspetta?
Conclusione
A Novara la vicenda delle colonscopie cancellate racconta molto più di due episodi sfortunati. Racconta la fragilità di un sistema che continua a reggersi su personale insufficiente, attese interminabili e pazienti costretti a convivere con l’incertezza.
Una colonscopia dopo 364 giorni, e per di più annullata all’ultimo momento, non è un incidente di percorso. È il segnale evidente di una sanità pubblica che ha bisogno di risposte vere, immediate e strutturali.
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