
Contanti senza tracciabilità, società legate a un prestanome e un sottosegretario alla Giustizia sotto pressione: il caso diventa politico.
Contanti, prestanome e politica: il caso Delmastro si complica
Delmastro, contanti e ombre: il caso scuote il governo
Rassegna stampa – marzo 2026
La vicenda che coinvolge il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro si arricchisce di nuovi elementi destinati a pesare sul piano politico, più ancora che su quello giudiziario.
Secondo quanto emerge dagli atti depositati alla Camera di Commercio, la cessione delle quote della società “Le 5 Forchette srl”, legata al ristorante romano “Bisteccheria d’Italia”, sarebbe avvenuta tramite pagamenti in contanti effettuati dalla figlia di un soggetto condannato per reati di mafia.
Il punto critico: pagamenti in contanti, senza testimoni e al limite delle soglie antiriciclaggio.
Nel dettaglio, l’atto parla di somme già corrisposte “a mezzo pagamento in contanti”, senza ulteriori elementi di tracciabilità. Una modalità che, pur non essendo automaticamente illegale, solleva interrogativi evidenti sulla trasparenza dell’operazione, soprattutto considerando il contesto e i soggetti coinvolti.
Il quadro si complica ulteriormente per il profilo dei protagonisti: da un lato esponenti politici definiti nello stesso atto come “persone politicamente esposte”, dall’altro una società legata a un prestanome riconducibile a un clan mafioso.
Un caso politico prima ancora che giudiziario
Al momento non risultano contestazioni penali dirette nei confronti di Delmastro. La sua linea difensiva resta quella della totale estraneità a qualsiasi illecito: nessun reato, al massimo una valutazione politica discutibile.
Ma è proprio sul piano politico che la situazione appare più fragile. Il sottosegretario resiste, sostenuto dal partito, ma il suo destino sembra legato a doppio filo all’esito del referendum costituzionale.
Traduzione politica: se il governo esce rafforzato, Delmastro può restare. In caso contrario, diventa sacrificabile.
Nei vertici della maggioranza, infatti, ogni decisione è stata rinviata a dopo il voto. La linea rossa resta una possibile apertura di un’indagine: in quel caso, la tenuta politica diventerebbe difficilmente sostenibile.
Il nodo della credibilità
Il vero punto non è solo giuridico. È una questione di credibilità istituzionale.
Pagamenti in contanti, rapporti indiretti con ambienti opachi, coincidenze temporali con condanne definitive: elementi che, presi singolarmente, possono anche non configurare reati, ma insieme delineano un quadro politicamente problematico.
Ed è qui che si gioca la partita più delicata per il governo: decidere se difendere fino in fondo un proprio esponente o prendere le distanze per evitare un costo reputazionale più alto.
Prossime mosse
Il caso potrebbe approdare in Commissione Antimafia nei prossimi giorni, mentre non si esclude un approfondimento da parte della Procura di Roma sulla provenienza dei fondi.
Nel frattempo, il tempo politico stringe: il confronto con la presidente del Consiglio potrebbe arrivare a breve e segnare il punto di svolta definitivo.
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