Gaza, il caso Ashraf Nasr: picchiato e ridotto in fin di vita dopo aver criticato Hamas sui social


Gaza distrutta dalla guerra – il caso Ashraf Nasr e la repressione contro le voci critiche nella Striscia.

La storia raccontata dal Fatto Quotidiano riporta alla luce un tema spesso rimosso dal dibattito internazionale: la repressione interna nella Striscia di Gaza contro chi prova ad alzare la voce.

Da Gaza arriva una vicenda drammatica che racconta molto della condizione dei civili intrappolati nella Striscia. È la storia di Ashraf Nasr, un giovane palestinese che, secondo testimonianze raccolte e rilanciate sui social, sarebbe stato rapito e brutalmente picchiato fino a riportare la frattura di tutti e quattro gli arti. Ridotto in condizioni critiche, è stato poi scaricato davanti all’ospedale Al-Shifa.

Secondo le ricostruzioni riportate nell’articolo pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 15 marzo 2026, l’aggressione sarebbe stata compiuta da gruppi armati affiliati ad Hamas. Per molti abitanti della Striscia non si tratterebbe di un caso isolato, ma dell’ennesimo episodio di repressione contro chi prova a esprimere rabbia, frustrazione o critica.

Una voce qualunque diventata scomoda

Ashraf Nasr non è un dirigente politico né un leader di movimento. È uno dei tanti giovani palestinesi che, durante la guerra, hanno raccontato sui social la distruzione della loro vita quotidiana.

Nei suoi post criticava praticamente tutti: Hamas, l’Autorità palestinese, i leader politici e persino attivisti con cui non condivideva alcune posizioni. Non erano discorsi ideologici o programmi politici. Erano piuttosto le parole di chi vede crollare il proprio mondo.

Come centinaia di migliaia di abitanti di Gaza, Nasr viveva in una tenda dopo aver perso la propria casa. Aveva perso anche un fratello durante la guerra. Secondo le testimonianze degli amici, non aveva nemmeno i soldi per pagare un’auto che portasse i suoi figli lontano dai bombardamenti.

Una lunga serie di intimidazioni

Il caso Nasr si inserisce in un contesto che molti residenti della Striscia denunciano da anni: intimidazioni, violenze e repressioni contro chi critica Hamas.

L’articolo ricorda anche altri episodi. Tra questi quello dell’attivista Amin Abed, gravemente ferito dopo aver criticato il movimento islamista e poi evacuato negli Emirati Arabi Uniti per ricevere cure mediche.

Un altro caso citato è quello di Ziad Abu Haya, ucciso dopo aver rilasciato un’intervista in cui aveva pronunciato parole diventate simboliche: “Salvateci da Hamas e da Israele”.

Nei giorni scorsi è stato segnalato anche l’episodio di Asaad Abu Mahadi, colpito da uomini armati di Hamas mentre attraversava un posto di blocco nella Striscia. Ferito gravemente, è morto in ospedale il giorno successivo.

Civili intrappolati tra guerra e repressione

Il quadro che emerge è quello di una popolazione civile stretta tra due forze oppressive. Da una parte la guerra e i bombardamenti israeliani che continuano a devastare Gaza. Dall’altra una repressione interna che colpisce chi prova a criticare o semplicemente a raccontare la propria disperazione.

Milioni di civili vivono oggi senza sicurezza, senza protezione e spesso senza voce. In questo contesto la vicenda di Ashraf Nasr diventa il simbolo di una realtà più ampia: quella di una popolazione intrappolata tra decisioni politiche e violenza militare su cui non ha alcun controllo.

Dopo oltre due anni di guerra e distruzione, ciò che molti civili di Gaza chiedono non è propaganda o nuove divisioni. Chiedono sicurezza, dignità e la possibilità di parlare senza temere le armi o le ritorsioni.


Fonte: Aya Ashour, Il Fatto Quotidiano, 15 marzo 2026.

Nota: Questo articolo è una rielaborazione giornalistica in forma di rassegna stampa del contenuto pubblicato dal quotidiano.

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