La crisi internazionale dopo l’attacco all’Iran entra nel dibattito politico italiano. Conte attacca la premier: “Meloni non ha una linea di politica estera”. E il referendum del 22 e 23 marzo rischia di trasformarsi in un test politico per il governo.

La domanda ormai è politica prima ancora che diplomatica: dove sta andando il governo Meloni?
Mentre il quadro internazionale si incendia dopo l’attacco americano all’Iran, in Italia la maggioranza continua a muoversi come se la politica estera fosse solo una questione di fedeltà formale agli alleati e non di interesse nazionale, autonomia strategica e rispetto del diritto internazionale.
In questo clima, il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo rischia di trasformarsi anche in un giudizio politico sull’esecutivo.
L’attacco di Conte
A mettere il dito nella piaga è stato Giuseppe Conte, intervistato dal Fatto Quotidiano e ospite della trasmissione televisiva Accordi & Disaccordi sul Nove.
Secondo l’ex presidente del Consiglio, la premier Giorgia Meloni continua a cercare capri espiatori invece di assumersi le proprie responsabilità politiche.
“I cittadini faranno pagare a Meloni le sue sciocche furbizie. Continua a cercare capri espiatori e a scaricare su altri le proprie responsabilità”.
Il leader del Movimento 5 Stelle lega apertamente la crisi internazionale alla tenuta politica del governo e alla campagna referendaria.
Il nodo della politica estera
Per Conte il problema principale riguarda la linea internazionale dell’esecutivo.
Secondo l’ex premier, Meloni non ha mai avuto una vera strategia di politica estera e continua a muoversi tra Stati Uniti ed Europa senza assumere una posizione autonoma.
“Meloni non scaricherà Trump perché non ha mai avuto una linea chiara. Continuerà a barcamenarsi tra Stati Uniti ed Europa”.
Il riferimento è al presidente americano Donald Trump e alla crescente escalation militare che rischia di trascinare anche i Paesi alleati in uno scenario di conflitto più ampio.
Il tema della sudditanza agli Stati Uniti
Conte sostiene che l’Italia avrebbe potuto assumere una posizione più netta, citando l’esempio della Spagna.
Secondo l’ex premier, un alleato può anche decidere di non partecipare o non facilitare operazioni militari unilaterali.
“Ma dove sta scritto che la nostra alleanza comporti sudditanza fino ad assecondare iniziative unilaterali?”
Il messaggio politico è chiaro: essere alleati non significa essere subordinati.
Il rischio escalation
Nel confronto televisivo Conte ha poi espresso forte preoccupazione per l’evoluzione del conflitto internazionale.
Secondo l’ex presidente del Consiglio, l’approccio americano rischia di aggravare ulteriormente lo scenario globale.
“Trump vuole affrontare la sfida tecnologica con la Cina a colpi di invasioni e blitz. Ma della transizione democratica non gli importa nulla: è una guerra commerciale ed economica”.
Il timore è quello di una progressiva escalation militare che potrebbe coinvolgere indirettamente anche i Paesi europei.
Il referendum come test politico
In questo contesto il referendum sulla giustizia assume un valore che va oltre il merito della riforma.
Per Conte il voto rappresenta uno snodo politico che potrebbe diventare anche un giudizio sull’operato del governo.
Il leader del Movimento 5 Stelle accusa la premier di aver trasformato la riforma in una campagna aggressiva contro la magistratura.
“Meloni continua ad attaccare i magistrati con una campagna violenta. Ma spesso i politici si comportano peggio dei giudici”.
Dove va il governo Meloni?
La strategia della presidente del Consiglio sembra puntare su una posizione di equilibrio: confermare l’alleanza atlantica e il sostegno agli Stati Uniti, evitando però scontri diretti con le sensibilità europee.
Il problema è che questa linea rischia di diventare sempre più difficile da sostenere se la crisi internazionale dovesse aggravarsi.
In uno scenario di guerra e tensioni globali, le ambiguità politiche tendono a durare poco. Prima o poi i governi sono chiamati a fare scelte chiare.
E il referendum potrebbe essere il primo vero banco di prova per capire quanto consenso abbia ancora l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.
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