Nella seconda uscita della nostra rassegna stampa settimanale prendiamo spunto dall’analisi di Pino Arlacchi pubblicata su Il Fatto Quotidiano, che legge l’attacco all’Iran non come una prova di forza destinata al successo, ma come il possibile segnale di una crisi più profonda dell’Occidente e, in particolare, della leadership americana.


Un conflitto che sa di déjà vu

Tutto già visto. È questa, in fondo, la chiave dell’analisi proposta da Pino Arlacchi: l’attacco all’Iran viene letto come l’ennesimo episodio di una lunga sequenza di guerre e interventi militari in cui gli Stati Uniti hanno mostrato tutta la loro difficoltà a comprendere i limiti della forza.

Dal Vietnam all’Iraq, dall’Afghanistan fino agli scenari più recenti, il copione sembra ripetersi: superiorità militare, narrativa di legittimazione, promessa di vittoria rapida, e poi il logoramento politico, strategico e morale. Secondo questa lettura, Washington continua a ignorare la lezione più evidente della storia contemporanea: un impero in declino non ferma il proprio declino moltiplicando i conflitti.

La metafora della Svezia

Arlacchi richiama un esempio storico poco scontato ma molto efficace: quello della Svezia dopo la sconfitta di Poltava del 1709. Una potenza che, perduta la propria centralità militare, seppe scegliere il ridimensionamento, la prudenza e una politica estera più coerente con le proprie reali possibilità.

Il paragone serve a porre una domanda cruciale: è possibile per una grande potenza accettare la fine della propria egemonia e costruire una strategia meno aggressiva, più lucida, meno ossessionata dal dominio? Secondo Arlacchi, la risposta americana, ancora una volta, è negativa.

L’Occidente e il “male oscuro” della forza

L’articolo insiste su un punto politico preciso: anche quella leadership occidentale che sembrava voler gestire il declino senza nuove guerre avrebbe finito per ripiegare sulla vecchia logica della coercizione. Bombardamenti, minacce, ricatti, violazioni del diritto internazionale: strumenti che non mostrano forza, ma semmai l’incapacità di immaginare un ordine diverso.

È qui che il discorso diventa più radicale: l’attacco all’Iran non rappresenterebbe soltanto una scelta militare discutibile, ma il sintomo di una crisi culturale e politica dell’Occidente, incapace di riconoscere che il mondo non è più governabile secondo gli schemi del passato.

L’Iran non è l’Iraq del 2003

Uno dei nodi centrali dell’analisi riguarda la differenza con il precedente iracheno. Nel 2003 la guerra fu preparata da una massiccia operazione di propaganda sulle armi di distruzione di massa e sui presunti legami con l’11 settembre. Oggi quello schema appare molto più fragile.

L’Iran non viene percepito come un bersaglio facile. È un Paese vasto, strutturato, con una popolazione numerosa, una base industriale rilevante e una strategia costruita in anni di tensioni regionali. Non ha puntato sul rafforzamento delle forze tradizionali, ma sullo sviluppo di missili, droni e capacità di deterrenza asimmetrica. In altre parole: non ha bisogno di prevalere sul piano convenzionale, gli basta rendere il conflitto lungo, costoso e politicamente insostenibile per chi lo ha aperto.

Il fattore tempo

Il passaggio più importante dell’analisi è probabilmente questo: il tempo non gioca a favore di Washington. Se l’obiettivo era un’azione rapida, dimostrativa, capace di ridefinire gli equilibri regionali, il rischio è invece quello opposto. Più il conflitto si prolunga, più gli Stati Uniti rischiano di apparire intrappolati in una spirale senza via d’uscita chiara.

Da questo punto di vista, Arlacchi suggerisce che Teheran non abbia bisogno di “vincere” nel senso classico del termine. Le basta resistere, mantenere la tenuta interna e aumentare progressivamente i costi dell’aggressione. È una logica già vista in altri scenari storici: la potenza attaccata può perdere molte battaglie e tuttavia uscire politicamente vincitrice dalla guerra.

“L’Iran non ha bisogno di vincere. Gli basta mostrare di poter difendere la propria integrità politica e territoriale infliggendo costi sempre meno sostenibili all’aggressore.”

Un effetto politico opposto a quello cercato

Un altro elemento sottolineato nell’articolo riguarda la tenuta del fronte interno iraniano. Le aggressioni esterne, spesso presentate come scorciatoia per provocare un cambio di regime, finiscono invece per produrre l’effetto opposto: compattare la leadership, rafforzare il sentimento nazionale e rinviare i conflitti interni.

Anche le opposizioni che fino a poco prima contestavano il potere clericale, in un contesto di attacco militare esterno, tendono a schierarsi dietro la difesa del Paese. È una dinamica che la storia conferma spesso e che rende ancora più incerto l’obiettivo dichiarato di destabilizzare Teheran.

Il vero cambio di regime?

La conclusione di Arlacchi è volutamente provocatoria ma politicamente efficace: il cambio di regime che potrebbe maturare da questa crisi non sarebbe a Teheran, bensì a Washington. In sostanza, l’operazione contro l’Iran rischierebbe di ritorcersi contro chi l’ha voluta, aggravando divisioni interne, perdita di credibilità e isolamento internazionale.

È una tesi forte, discutibile per alcuni, ma certamente utile per leggere la portata del passaggio che stiamo vivendo: non siamo davanti soltanto a una crisi mediorientale, ma a un possibile punto di rottura nella percezione stessa del ruolo occidentale nel mondo.

Il punto politico della rassegna

Al di là delle singole valutazioni, il cuore dell’articolo sta in una domanda che riguarda tutti: quanta parte dell’Occidente continua ancora a ragionare come se il mondo fosse fermo agli anni Novanta? E quanto questa ostinazione rischia di produrre nuovi disastri invece di garantire sicurezza e stabilità?

La forza, da sola, non basta più. E forse non basta nemmeno la propaganda. Quando un ordine internazionale entra in crisi, il problema non è solo militare: è politico, culturale, persino morale. Ed è esattamente qui che l’analisi di Arlacchi colpisce più duro.


Fonte: sintesi e rielaborazione da un articolo di Pino Arlacchi pubblicato su Il Fatto Quotidiano.

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