I consulenti di Acciaierie d’Italia, oggi nelle mani dello Stato, hanno messo nero su bianco una tesi sconcertante nelle carte depositate al Tribunale di Milano: l’emergenza sanitaria di Taranto non sarebbe imputabile solo all’acciaieria, ma anche ad altre fabbriche, al traffico, al porto e perfino agli “stili di vita” dei cittadini – fumo, alcol, alimentazione.

La relazione, firmata dal professor Alfonso Cristaudo e depositata nel 2021 (quando la gestione era ancora targata Mittal), sostiene che l’impianto rispetterebbe i limiti emissivi e che sarebbe “azzardato e antiscientifico” ricondurre gli effetti sanitari esclusivamente alle emissioni dell’acciaieria. Si arriva persino ad affermare che la chiusura dello stabilimento, con la perdita di migliaia di posti di lavoro, potrebbe peggiorare lo stato di salute della popolazione per l’aumento della deprivazione sociale.

Il Tribunale di Milano, decidendo sull’azione promossa dall’associazione Genitori Tarantini, ha respinto queste tesi: esiste tutt’oggi per chi vive vicino all’impianto “un elevato rischio” di ammalarsi a causa dell’attività industriale. E ha ordinato lo stop alla produzione dal 24 agosto se non verrà corretta l’Autorizzazione Integrata Ambientale con limiti temporali più stringenti.

La vergogna non ha limiti

Qui il punto è politico, prima ancora che tecnico.

Sostenere che senza fabbrica “ci si ammalerebbe di più” significa trasformare il lavoro in un ricatto permanente. È una narrazione già vista: occupazione contro salute, pane contro aria respirabile. A Taranto questo schema dura da decenni.

Ma il ricatto occupazionale non si ferma lì.

A centinaia di chilometri di distanza, alla Italiana Coke di Bragno, a Cairo Montenotte, la dinamica è la stessa: guai a mettere in discussione l’impatto sanitario, guai a pretendere verifiche indipendenti, guai a parlare di alternative industriali.

In Val Bormida da anni si chiede una vera indagine epidemiologica aggiornata, seria, pubblica, promossa dalla Regione Liguria. Non solo non si accelera su questo fronte, ma si ipotizza addirittura di aumentare le fonti inquinanti con un termovalorizzatore.

Un impianto che di “valore” produce poco, ma di emissioni molto. E che verrebbe collocato in una valle climaticamente chiusa, con inversioni termiche frequenti, destinata a bruciare tonnellate di rifiuti provenienti da tutta la Liguria.

La domanda vera

Possibile che nel 2026 si sia ancora qui?

A Taranto si prova a spostare l’attenzione sugli stili di vita. In Val Bormida si evita di misurare con precisione il danno sanitario. E intanto si pianificano nuovi impianti.

La salute non è una variabile subordinata al bilancio aziendale.
Il lavoro non può essere usato come scudo per non cambiare modello produttivo.

Continuare a negare o minimizzare non è solo un errore tecnico.
È una scelta politica.


Per comunicati, segnalazioni, contributi: scrivere a info-press@infoloreleca.com