La decisione della Corte Suprema americana che ha messo in discussione l’impianto dei dazi voluti da Donald Trump ha creato un cortocircuito politico anche a Roma. Il governo guidato da Giorgia Meloni si trova davanti a un bivio evidente, ma per ora sceglie la linea dell’attesa.

Difendere le imprese o non disturbare Washington?

Se Palazzo Chigi decidesse di stare dalla parte delle imprese italiane – quelle che quei dazi li hanno pagati e oggi potrebbero rivendicare rimborsi – dovrebbe sostenere con decisione eventuali richieste di risarcimento. Sarebbe una scelta coerente con la tutela dell’interesse nazionale.

Ma questo significherebbe entrare in rotta di collisione con la Casa Bianca, proprio mentre Trump ha già annunciato l’intenzione di riproporre nuove tariffe con un impianto giuridico più solido. E così prevale la prudenza. O, per alcuni, l’imbarazzo.

L’Europa parla, Roma prende tempo

A Bruxelles la posizione è più netta. L’accordo che aveva contenuto i dazi al 15% può essere congelato e ridiscusso. Francia e Germania hanno già chiesto una risposta europea compatta, sottolineando che l’incertezza è un veleno per i mercati.

Roma invece insiste sul “coordinamento europeo” come unico canale di azione. Una formula diplomatica comprensibile, ma che rischia di suonare come una rinuncia a qualsiasi iniziativa autonoma.

Il vero danno: l’incertezza

Non si tratta solo della percentuale del dazio. Il problema è l’instabilità. Le imprese italiane avevano programmato investimenti negli Stati Uniti contando su un quadro definito. Ora si trovano sospese: contratti rinviati, piani industriali congelati, strategie da rivedere.

A questo si aggiunge la variabile monetaria: il cambio euro-dollaro può incidere sui margini più delle tariffe stesse. In un contesto già fragile, l’assenza di una linea politica chiara pesa quanto – se non più – dei dazi.

Le pressioni interne

L’opposizione accusa il governo di silenzio e ambiguità. Viene chiesta una presa di posizione netta a tutela del sistema produttivo. Anche in maggioranza emergono voci che ricordano come il protezionismo non abbia mai favorito la crescita.

La domanda di fondo resta semplice: se i dazi erano illegittimi, chi li ha pagati deve essere tutelato. Se invece si sceglie di mantenere una linea di prudenza verso Washington, lo si dica apertamente, assumendosene la responsabilità politica.

Una scelta che non può essere rimandata

Il governo prova a tenere insieme fedeltà atlantica e difesa dell’interesse economico nazionale. Ma quando le due dimensioni entrano in conflitto, l’equilibrismo non basta più.

Continuare a prendere tempo può essere una strategia di breve periodo. Alla lunga, però, rischia di trasformarsi in un segnale di debolezza. E quando sono in gioco export, investimenti e credibilità internazionale, la debolezza si paga.