
Manca un mese al voto del 22 e 23 marzo e il referendum sulla giustizia entra nella fase più intensa. Non più dichiarazioni a distanza, ma confronti diretti, faccia a faccia, nei teatri della politica e nelle università.
Il primo match di rilievo sarà a Palermo, a Villa Igiea: il ministro della Giustizia Carlo Nordio contro il presidente del M5S Giuseppe Conte. Un duello simbolico che fotografa il clima di queste settimane: da una parte il governo che difende la riforma, dall’altra le opposizioni che la considerano un passaggio delicato per l’equilibrio costituzionale.
Il No alza il livello dello scontro
Il fronte del No punta apertamente alla mobilitazione. Dopo il confronto televisivo tra Nordio e Giovanni Bachelet, altri dibattiti sono già fissati, compreso quello del 17 marzo con il costituzionalista Enrico Grosso.
Conte ha scelto una strategia chiara: portare il confronto nelle università. Dopo Cosenza, dove si confronterà con il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, seguiranno tappe a Catania, nel Salento, a Sassari e probabilmente a Milano, Roma e Napoli.
Lo slogan è netto: “Non facciamoci fregare, votiamo No al referendum salva-casta”.
Nel centrosinistra il referendum viene caricato di significato politico. Francesco Boccia parla di “scelta più importante della legislatura”. Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli evocano il rischio di una deriva autoritaria.
Il messaggio è chiaro: non solo una riforma tecnica, ma un passaggio che tocca l’autonomia della magistratura e l’equilibrio dei poteri.
La maggioranza prova a depoliticizzare
Sul fronte opposto, il governo respinge l’idea di un voto pro o contro l’esecutivo.
Il vicepremier Antonio Tajani insiste: “Non è un referendum sul governo, ma sulla libertà e su una giustizia più giusta”.
Anche Tommaso Foti accusa la sinistra di voler trasformare il voto in un giudizio politico su Giorgia Meloni.
C’è poi chi, come Maurizio Lupi, intravede conseguenze interne al “campo largo” nel caso di vittoria del Sì.
Un voto che pesa oltre il merito tecnico
I sondaggi, secondo entrambi i comitati per il No, registrano segnali di rimonta. Il confronto pubblico serrato viene considerato lo strumento più efficace per spostare consensi.
Il dato politico è evidente: mentre la maggioranza tenta di circoscrivere il voto al merito della riforma, l’opposizione lo trasforma in un passaggio identitario. Autonomia della magistratura contro accentramento del potere. Equilibrio costituzionale contro riforma sbilanciata.
Il 23 marzo, oltre al risultato formale, inizierà l’analisi politica. Perché questo referendum, comunque vada, segnerà un punto nel rapporto tra governo, magistratura e opposizioni.
E stavolta nessuno resta in panchina.
