
Due Ministeri della Repubblica – Giustizia e Interno – chiedono i danni ai candidati totiani coinvolti nell’inchiesta della Procura di Genova sulle regionali liguri 2020. Non è un dettaglio tecnico: è un fatto politico.
La richiesta di costituzione di parte civile quantifica 450 mila euro per le spese processuali e 5 milioni di euro per il danno d’immagine. Motivazione: una tornata elettorale “macchiata” dal sospetto di meccanismi clientelari e mafiosi, con una distorsione del principale strumento democratico dell’ordinamento costituzionale.
È la vera sorpresa dell’udienza preliminare davanti al giudice Giorgio Morando nella seconda tranche del cosiddetto Toti-gate.
Le accuse
In questo filone Giovanni Toti – già uscito con un patteggiamento nel procedimento connesso per corruzione e finanziamento illecito – è stato prosciolto.
I pm chiedono invece il rinvio a giudizio per l’ex capo di gabinetto Matteo Cozzani, accusato di corruzione elettorale aggravata dall’aver favorito Cosa Nostra.
Al centro dell’inchiesta c’è l’exploit della lista “Cambiamo per Toti”, che nel 2020 raggiunse uno straordinario 22%. Secondo l’accusa, quel risultato sarebbe stato sostenuto da un patto elettorale con ambienti vicini ai clan siciliani, in cambio di promesse di posti di lavoro.
Alcuni candidati sarebbero stati consapevoli del disegno; altri – secondo i pm – no. Agli atti compaiono intercettazioni pesanti, che restituiscono un’idea cinica del consenso: voti come merce, da usare e poi scaricare.
Il dato politico che pesa
Al di là delle responsabilità penali – che saranno accertate in aula – c’è un elemento che non può essere ignorato: a chiedere i danni ai candidati di Toti sono due ministri del governo Meloni.
Una frattura interna al centrodestra che dice molto più di tante dichiarazioni ufficiali.
E mentre Roma si muove, la Regione Liguria, oggi guidata da Marco Bucci, sceglie di non costituirsi parte civile. Una decisione che politicamente pesa.
Il punto vero
Il problema non è solo giudiziario. Il punto è politico e culturale.
Il “sistema Toti” non era solo una persona. Era un metodo:
- gestione accentrata del potere;
- relazioni opache tra politica e interessi;
- consenso costruito attraverso reti di influenza;
- trasformismo permanente.
Oggi Toti veste i panni del lobbista-comunicatore con la sua agenzia Philia, organizza eventi, apre uffici a Roma, mantiene relazioni. C’è chi ipotizza un ritorno.
Ma la domanda non è se tornerà. La domanda è: quel sistema è davvero finito?
In Liguria molte dinamiche sono rimaste intatte. Gli stessi equilibri, le stesse reti, gli stessi protagonisti che si ricollocano. Cambiano le insegne, non sempre le logiche.
Il rischio è che il “cancro” politico non venga estirpato ma semplicemente mascherato.
Una questione democratica
Quando lo Stato quantifica in 5 milioni il danno d’immagine di un’elezione regionale, significa che il problema non è marginale. Significa che si è incrinata la fiducia nel voto come strumento libero.
E la fiducia, una volta compromessa, non si ricostruisce con le operazioni di maquillage.
La Liguria ha bisogno di trasparenza reale, discontinuità vera, non di riedizioni sotto mentite spoglie.
Perché se il sistema cambia solo faccia, ma non sostanza, il problema resta. E prima o poi presenta il conto.
