Scade oggi l’avviso esplorativo della Regione Liguria per la realizzazione di un impianto di chiusura del ciclo dei rifiuti e, puntualmente, iniziano a uscire allo scoperto i nomi dei potenziali candidati.

Tra questi c’è Italiana Coke, che avrebbe formalmente comunicato al Comune di Cairo Montenotte l’intenzione di partecipare al bando. La stessa informazione sarebbe stata condivisa anche con la RSU aziendale. Nessun commento ufficiale da parte della società, ma secondo indiscrezioni l’operazione avverrebbe in partnership con un operatore del settore rifiuti – si fa il nome di EcoEridania – con l’ipotesi di realizzare l’impianto sulle aree della cokeria di Bragno.

Il disegno sarebbe questo: proseguire l’attuale attività per altri 7-8 anni, sfruttando i tempi tecnici tra autorizzazioni e costruzione dell’impianto, per poi avviare una riconversione con lo spegnimento dei forni, mantenendo il settore biologico dei fanghi e la produzione di energia.

Una riconversione, insomma. Parola rassicurante. Dipende però da cosa si riconverte e verso dove.

Il sindaco di Cairo, Paolo Lambertini, è stato chiaro:

«Abbiamo ricevuto solo una comunicazione sull’intenzione di partecipare all’avviso. Ribadisco che la posizione del Comune di Cairo rimane contraria».

Posizione netta, coerente con quanto deliberato dal Consiglio comunale che ha fatto propria la lettera dei 19 sindaci della Valle contro impianti di trattamento termico sul territorio.

Ma non è l’unica partita aperta.

Secondo voci non confermate, anche Iren starebbe valutando la partecipazione, ipotizzando un impianto nell’area della Marcella a Ferrania.

E poi c’è Cengio. Una delegazione “di peso” – Eni Rewind, proprietaria delle aree ex Acna, insieme ai vertici di A2A e Hera – avrebbe incontrato il sindaco Francesco Dotta per valutare la possibilità di realizzare un termovalorizzatore da circa 300 mila tonnellate annue. Anche qui la risposta è stata negativa:

«Cengio ha già dato. L’area ha ancora criticità. Il traffico pesante non sarebbe sopportabile».

Ed è proprio questo il punto.

La Val Bormida è un territorio che ha già pagato un prezzo altissimo in termini ambientali e sanitari. Ex Acna, discariche, aree industriali compromesse, ceneri abbandonate in capannoni. Un territorio che ancora oggi convive con monitoraggi e bonifiche, con un passato che non è affatto archiviato.

Ora si parla di “riconversioni”. Bene. Ma riconversione non può significare passare dalla padella alla brace. Non può voler dire sostituire un camino con un altro, magari più alto e più moderno, ma sempre camino.

Se davvero si vuole cambiare paradigma, la riconversione deve portare a un risanamento reale, a investimenti in economia circolare, innovazione ambientale, energie pulite, turismo sostenibile. Non all’ennesimo impianto che brucia ciò che altrove non si è voluto o saputo riciclare.

La Val Bormida non è un vuoto sulla cartina.
È una valle che chiede di respirare.
E forse, dopo decenni di veleni, non è irragionevole pretendere che la prossima “riconversione” sia finalmente verso qualcosa di più verde – davvero – e non semplicemente più redditizio.