
A Finalborgo cala la serranda dell’ultima macelleria. Dopo 22 anni la macelleria “Viola” chiude in via Nicotera e si trasferisce in Val Bormida: a marzo riaprirà a Pallare, in piazza San Marco. Una scelta sofferta, raccontata dalla titolare Carolina Saccone, maturata tra crisi economica, concorrenza e un centro storico che negli anni ha cambiato pelle.
Non è solo una chiusura: è un pezzo di comunità che se ne va
Questa notizia non riguarda soltanto la fine di un’attività commerciale. Riguarda la perdita di un presidio sociale. In tanti piccoli centri liguri la bottega non è “solo” un negozio: è un luogo di fiducia, di scambio, di relazioni quotidiane. È il punto in cui ci si saluta, si parla, ci si consiglia. Quando chiude una bottega, spesso non chiude solo una serranda: si spegne un pezzo di paese.
Troppi supermercati, meno vita nei borghi
Il nodo indicato dai gestori è chiaro: la proliferazione dei supermercati e un modello di consumo che spinge la spesa verso grandi strutture, anche quando i prezzi non sono davvero più convenienti. Il risultato è che i piccoli commercianti fanno fatica a reggere, soprattutto nei mesi invernali, quando finisce l’effetto “alta stagione”.
Un tempo a Finalborgo c’erano numerose attività alimentari: oggi ne resta una, lo storico Alimentari Sambarino, che ha resistito puntando su prodotti a km 0 e identità territoriale. Ma è evidente che, senza una rete diffusa di servizi di prossimità, un borgo rischia di diventare una cartolina: bella da vedere, ma sempre meno abitata e vissuta.
La “monocultura” turistica non basta
A Finalborgo si è investito molto sul turismo outdoor e sui biker. È una risorsa, e nessuno lo nega: senza quel flusso, alcune aree sarebbero ancora più vuote. Ma puntare tutto su un solo settore significa esporsi a un rischio: un territorio vive davvero solo se è diversificato, se tiene insieme turismo, residenzialità, servizi, botteghe e filiere locali.
Albisola Superiore: territorio saturo e nuove aperture in arrivo
Questo scenario non è isolato. Un esempio vicino è Albisola Superiore, dove sono in programma nuove aperture di supermercati su un territorio già ampiamente saturo. La domanda è semplice: quante grandi strutture può reggere un comune senza compromettere definitivamente il commercio di vicinato e, con esso, la vita quotidiana del paese?
Perché il punto è proprio questo: la grande distribuzione non erode solo fatturati. Erode relazioni, identità, socialità. E alla lunga rende più fragili i centri piccoli, che hanno bisogno di presenza, servizi e comunità, non solo di eventi e picchi stagionali.
Serve una politica commerciale che guardi al bene comune
Non si tratta di “demonizzare” i supermercati. Si tratta di chiedere una cosa di buon senso: programmazione. Valutazioni serie sull’impatto di nuove aperture, tutela del commercio di prossimità, incentivi per botteghe e filiera corta, politiche urbane che rendano sostenibile restare aperti tutto l’anno.
Un borgo senza botteghe non è più moderno. È solo più povero.
