Un bambino di due anni e quattro mesi è da settimane in terapia intensiva, tenuto in vita dall’Ecmo, dopo un trapianto di cuore pediatrico trasformato in incubo. La notizia arriva da Napoli: la Procura ha iscritto sei tra medici e operatori sanitari nel registro degli indagati, ipotizzando il concorso in lesioni gravi.

Secondo la ricostruzione riportata dalla stampa, l’organo espiantato a Bolzano e trasportato a Napoli sarebbe stato conservato in modo non corretto durante la fase di trasferimento, con possibili conseguenze devastanti sulle condizioni del cuore. Il bambino era già stato preparato per ricevere l’organo: il suo cuore era stato espiantato. Il nuovo cuore, compromesso, non avrebbe mai “partito”. Da lì, la corsa contro il tempo per un nuovo trapianto.

La madre chiede un nuovo organo: «Serve un cuore nuovo». E intanto il tempo stringe.

La Procura e i controlli sui protocolli

Gli accertamenti puntano a verificare se siano stati rispettati i protocolli di confezionamento, conservazione e trasporto dell’organo, oltre alle verifiche pre-operatorie. I Nas hanno acquisito documentazione clinica e tecnica: contenitori, materiali utilizzati, catena del freddo e procedure di controllo.

Nel frattempo, l’azienda ospedaliera ha disposto provvedimenti organizzativi e la sospensione dell’attività di trapianto pediatrico, almeno temporaneamente. Anche questo passaggio è sotto osservazione: interrompere un servizio così delicato può avere conseguenze su altri pazienti in attesa.

Non è solo un caso: è un sistema sotto pressione

Sarà la magistratura a stabilire responsabilità personali. Ma sarebbe miope fermarsi al singolo episodio. Perché la verità è che la sanità pubblica, da anni, lavora in condizioni di stress strutturale:

  • carenza di personale medico e infermieristico;
  • turni pesanti e fuga verso il privato o verso altre regioni/paesi;
  • reparti sotto organico e servizi “appesi” alla buona volontà dei professionisti;
  • tagli lineari e programmazione spesso insufficiente.

Quando un sistema è così tirato, il margine di sicurezza si assottiglia. E la medicina ad alta complessità – come i trapianti pediatrici – non può permetterselo.

Il caso Napoli parla anche alla Val Bormida

Chi vive in Liguria, e in particolare in Val Bormida, conosce bene cosa significa “sanità che arretra”: medici che mancano, servizi che si riducono, tempi che si allungano. La carenza di personale non è una fatalità: è anche l’effetto di scelte politiche stratificate nel tempo.

E qui sta il punto più scomodo: mentre la sanità pubblica perde pezzi, si è favorita – direttamente o indirettamente – la crescita della sanità privata. Il risultato è un doppio danno:

  • chi può pagare accelera, chi non può resta in attesa;
  • il pubblico si indebolisce e diventa sempre meno attrattivo per i professionisti.

Non è “modernizzazione”: è una deriva. E a pagarla sono i cittadini, soprattutto nei territori più fragili e periferici.

Una lezione che non possiamo ignorare

Il rispetto per chi lavora negli ospedali non significa chiudere gli occhi di fronte ai problemi. Significa pretendere organizzazione, protocolli, controlli e investimenti. Significa riportare al centro una verità semplice: la salute non è un mercato e non può essere trattata come un capitolo di spesa da comprimere.

Oggi c’è un bambino che lotta per vivere. E c’è un Paese che deve scegliere: rafforzare davvero la sanità pubblica oppure accettare che la qualità e la sicurezza diventino un privilegio.