Mentre sul territorio crescono assemblee pubbliche e tensioni politiche tra i partiti delle opposizioni e Provincia di Savona, a Cairo Montenotte circolano già i primi nomi dei potenziali protagonisti dell’operazione “termovalorizzatore”. Secondo indiscrezioni, in lizza ci sarebbero gruppi di primo piano come Iren, Acea ed Eco Eridania, interessati ad aree vicine ai terreni delle Funivie, anche per la presenza della ferrovia.

Il punto politico, però, è un altro: è disarmante vedere istituzioni e maggioranze (regionali e provinciali) muoversi come se fosse normale delegare la pianificazione del territorio a soggetti industriali che – legittimamente – perseguono il profitto. Se si apre la porta al mercato, sarà il mercato a dettare condizioni, priorità e tempi. E il territorio rischia di restare spettatore.

Il bando “esplorativo” e la scelta che si sposta dalle istituzioni alle aziende

Il 21 febbraio è indicato come termine per la raccolta delle manifestazioni di interesse. Si insiste sul fatto che “non c’è ancora alcun progetto”, ma intanto l’impianto prende forma nella comunicazione pubblica: prima si crea il contenitore (il bando), poi si invitano i grandi gruppi a riempirlo. È una dinamica pericolosa: perché trasforma una decisione politica (dove e se costruire) in una partita tecnico-industriale (chi costruisce e con che condizioni).

Quando sono i colossi dei rifiuti a “scendere in campo”, la domanda vera diventa: il territorio decide, o si limita ad adeguarsi?

La contraddizione che pesa sulla maggioranza

Da una parte, si richiama la contrarietà espressa in passato e sottoscritta dai sindaci; dall’altra, si risponde che il coordinamento con i territori sarebbe “costante” e che eventuali progetti saranno valutati se promettono minimizzazione degli impatti e “performance ambientali” migliori.

Ma questa è proprio la torsione politica: si discute di filtri, mitigazioni e promesse prima ancora di discutere della domanda fondamentale: serve davvero bruciare rifiuti? E soprattutto: è questa la strada giusta per un’area che ha già un debito storico ambientale e sanitario?

Il “termovalorizzatore” non chiude il ciclo: lo vincola

La retorica della “energia green” è la foglia di fico. Un impianto di combustione ha un bisogno strutturale: deve essere alimentato. Significa che, nel tempo, tenderà a diventare un vincolo: se aumenti davvero riduzione, riuso e riciclo, l’impianto rischia di rimanere senza materiale da bruciare. E allora accade ciò che è già successo altrove: si cercano rifiuti fuori, si importano flussi, si allunga la filiera.

Un dato tecnico, utile a capire la realtà oltre gli slogan: nell’impianto TRM del Gerbido (Torino), nel 2016 a fronte di circa 439.405 tonnellate di rifiuti conferiti, risultano prodotti circa 113.476 tonnellate di residui (scorie e rifiuti da trattamento fumi), cioè una quota enorme di materiali che vanno comunque gestiti e smaltiti.

La Val Bormida non può essere terreno di compensazioni e pressioni

In queste fasi, arriva sempre la “lotteria delle compensazioni”: qualche opera, qualche promessa, qualche ristoro per rendere digeribile una scelta che resta sbagliata. Ma la salute pubblica e la vocazione di un territorio non sono merce di scambio.

E c’è un altro elemento che non va dimenticato: il Consiglio comunale di Cairo Montenotte ha già espresso, con atto formale, una posizione di contrarietà alla realizzazione di impianti di trattamento termico dei rifiuti, facendo propria la linea unitaria dei sindaci della Valle.

Le alternative esistono: basta volerle

Se la politica vuole davvero governare il tema rifiuti, le priorità sono chiare:

  • riduzione dei rifiuti a monte (imballaggi, monouso, sprechi);
  • riuso e centri del riuso;
  • raccolta differenziata di qualità e impianti di selezione/recupero;
  • trattamento dell’organico (compostaggio/digestione) dove serve;
  • trasparenza: dati, scenari, costi e impatti pubblici prima di qualsiasi scelta.

Conclusione politica: è a dir poco disarmante constatare che rappresentanti eletti demandino la pianificazione del territorio a industriali che, giustamente, perseguono il profitto e che non prenderanno mai in esame alternative valide al “bruciare rifiuti”. La Val Bormida merita un futuro diverso: innovazione, bonifiche vere, economia circolare e salute pubblica al centro.