
La “fuga” dei medici di famiglia non è uno slogan, ma un dato di realtà. In provincia di Savona oggi i medici di base sono 160, contro i 184 di pochi anni fa. Dietro questi numeri ci sono territori scoperti, pazienti costretti a spostarsi e studi sempre più sovraccarichi.
A fotografare con chiarezza la situazione è Luca Corti, presidente dell’Ordine dei Medici, che individua nel carico di lavoro eccessivo e nella mancanza di regole chiare le cause principali di un disagio ormai strutturale.
Un tempo un medico iniziava con poche decine di assistiti, faceva guardie, notti, sostituzioni. Ci volevano anni per arrivare a 1.500 mutuati. Oggi accade l’opposto: mille, anche 1.200 pazienti arrivano subito, spesso in un solo giorno. Un carico enorme, tutto e subito, senza il tempo necessario per costruire metodo, organizzazione e rapporto con gli assistiti.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: stress, burnout e dimissioni. Negli ultimi mesi casi emblematici si sono registrati ad Albissola Marina, Orco Feglino e Spotorno, dove in un solo poliambulatorio i medici sono passati da cinque a due. Chi può, sceglie di tornare in ospedale o di dedicarsi alla libera professione.
A pesare non è solo il numero degli assistiti. Il rapporto con i pazienti è cambiato radicalmente: telefonate continue, messaggi a ogni ora, chat WhatsApp ingestibili. Il medico di base è diventato, di fatto, un servizio h24, senza però strumenti adeguati, tutele o tempo sufficiente. Una pretesa che non regge nel lungo periodo.
A tutto questo si aggiunge un carico burocratico sempre più pesante e un futuro contrattuale incerto. I medici di famiglia sono formalmente liberi professionisti, ma potrebbero essere chiamati a coprire turni nelle Case di comunità senza che il quadro normativo sia stato chiarito. Un’incertezza che spaventa soprattutto i giovani.
Le proposte non mancano: riscrivere la convenzione, ridurre drasticamente i massimali – da 1.500 a 500–800 pazienti – e integrare davvero i medici nelle Case di comunità, mantenendo però un rapporto diretto con i propri assistiti. Solo così la medicina generale può tornare attrattiva.
Il punto politico è evidente: il problema non sono i giovani medici che “non reggono”. Il problema è un sistema che chiede troppo, troppo in fretta, e offre troppo poco in cambio. E oggi il conto lo pagano i territori e i cittadini.
