
In Val Bormida l’inceneritore non è una soluzione. È un rischio concreto, serio, documentato. Dietro il termine rassicurante di “termovalorizzatore” si nasconde un impianto che brucia rifiuti e produce fumi tossici, nanoparticelle invisibili, ceneri pericolose.
Nulla si elimina davvero: la materia si trasforma. E la trasformazione è tutta a carico di aria, suolo, acqua e salute pubblica.
Una valle che ha già pagato abbastanza
La Val Bormida è un territorio che ha già conosciuto le conseguenze dell’industria pesante: inquinamento, bonifiche infinite, danni sanitari ed economici. Pensare di aggiungere un nuovo impianto ad alto impatto significa ripetere gli errori del passato.
Chi sostiene l’inceneritore parla di sviluppo, energia, bollette più leggere. Ma i dati raccontano altro:
- l’inceneritore non riduce la TARI;
- non chiude il ciclo dei rifiuti;
- produce nuove scorie da smaltire;
- crea pochissima occupazione;
- vincola il territorio a bruciare rifiuti per decenni.
Il vero affare: il business dei rifiuti
L’unico modello che funziona davvero è quello dei profitti per pochi soggetti industriali, non quello dell’interesse collettivo. Più rifiuti da bruciare significa più guadagni. Anche importando rifiuti da fuori.
Questo non è sviluppo. È ipoteca sul futuro.
L’alternativa esiste ed è praticabile
Riduzione dei rifiuti, raccolta differenziata spinta, riciclo, impianti leggeri e diffusi, economia circolare vera. Sono scelte già adottate da molti territori virtuosi.
Scelte che creano lavoro, tutelano la salute e valorizzano il territorio, invece di sacrificarlo.
Dire NO è un atto di responsabilità
Dire NO all’inceneritore in Val Bormida non è ideologia. È buon senso, memoria storica e difesa del bene comune.
Informarsi è il primo passo. Continuare a mobilitarsi è una responsabilità collettiva.
La Val Bormida merita un futuro diverso.
