L’impegno politico non va di moda, ma la voglia di contare esiste


Partecipazione? Per i giovani è sui social. L’impegno in politica non va di moda
Alessandro Palmesino / Genova

«Tu sei una persona che partecipa?». La risposta dei giovani è variegata, e solleva ulteriori domande. Perché se è vero che molti ritengono che “partecipare” significhi anche stare con il telefono sui social, mentre pochissimi si impegnano, per esempio, nella politica, questo non significa che le nuove generazioni siano appiattite, scoraggiate e isolate come spesso si racconta. Ma è anche vero che i ragazzi troppo spesso si sentono senza voce.

La domanda iniziale è il titolo di una ricerca svolta dalla Fondazione Yepp Italia, fondata nel 2011 con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo. La sigla significa “Youth Empowerment Partnership Programme” e mira a partecipare alle politiche giovanili con progetti legati ad autonomia, assunzione di responsabilità, passaggio di competenze e difesa dei diritti.

La ricerca, svolta nell’arco di 18 mesi nei principali centri urbani di Liguria e Piemonte, è stata presentata alla biblioteca De Amicis dei Magazzini del Cotone. Il campione, di oltre duemila giovani, mirava a rispondere a una domanda precisa: tu partecipi?

Per i ragazzi del 2026 “partecipare” può significare anche studiare o stare con la famiglia. Dai dati emerge che è più frequente la lettura di un libro (24%) rispetto all’uso dei videogiochi (22%). I giovani sopra i 20 anni leggono più degli under 20 (33% contro 18%), le femmine più dei maschi (32% contro 13%), mentre i videogiochi restano un ambito a forte prevalenza maschile.

Oltre il 70% degli intervistati considera partecipazione anche stare con la famiglia, con gli amici o usare i social per esprimere le proprie idee. Vengono considerate attività partecipative anche il volontariato, la politica, le manifestazioni e l’informarsi, sebbene non sia sempre chiaro attraverso quali canali.

I numeri che contano

  • 55% dei giovani pensa che partecipare sia inutile: “non si può cambiare nulla”
  • 42% dei 18–34enni non ha votato alle ultime elezioni
  • 50% tra i giovani in condizioni di marginalità socio-economica
  • 23% segnala l’assenza di figure adulte di riferimento fuori da famiglia e scuola

Non è apatia: è sfiducia.

Le motivazioni della mancata partecipazione sono significative: il 55% ritiene che sia inutile perché “non si può cambiare nulla”, il 49% cita la mancanza di tempo, il 40% la paura di un impegno eccessivo. Eppure circa la metà degli intervistati dichiara di aver fatto parte di associazioni, anche sportive.

I ricercatori sottolineano inoltre una forte “dimensione individuale” della partecipazione: circa un giovane su tre, pur attivo, riporta l’attenzione soprattutto su di sé, sul proprio contributo e sulle ricadute personali. Circa la metà invece parla di una dimensione pubblica, orientata agli altri.

Pesano anche le condizioni di partenza. Una ricerca Eumetra del 2023 mostra come il benessere percepito tra i giovani sia sceso al 22%, mentre tra gli adulti è cresciuto. Alle ultime elezioni politiche non ha votato il 42% dei giovani tra i 18 e i 34 anni, percentuale che sale al 50% tra chi vive in condizioni di marginalità socioeconomica.

La ricerca Yepp propone di aprire spazi pubblici di dibattito collettivo, garantire informazione corretta e accessibile, investire in giustizia sociale e migliorare la proposta pedagogica. L’appello è anche agli adulti: cercare i giovani, non aspettarli. Il 23% segnala l’assenza di figure adulte di riferimento esterne a famiglia e scuola.

La conclusione parla di un continuum tra dimensione personale e dimensione sociale, che non si escludono a vicenda.


La mia critica

Questa ricerca smonta una narrazione pigra: i giovani non sono disinteressati, sono spesso disillusi. Non rifiutano la partecipazione in sé, ma una partecipazione che appare inefficace, rituale, lontana dalla loro vita concreta.

Il dato più allarmante non è il poco impegno nella politica tradizionale, ma l’idea largamente diffusa che “non si possa cambiare nulla”. È qui che la politica fallisce, molto prima dei social: quando non offre spazi reali di incidenza e non riconosce i giovani come soggetti politici, ma solo come pubblico o problema.

La partecipazione ridotta alla dimensione individuale non è un difetto generazionale: è il prodotto di una società che ha progressivamente smontato i luoghi collettivi, svalutato l’impegno e trasformato il futuro in una promessa fragile.

Chiedere ai giovani di “partecipare di più” senza cambiare linguaggi, strumenti e condizioni materiali è un esercizio retorico. La responsabilità non è solo loro. È degli adulti, delle istituzioni, della politica che troppo spesso pretende entusiasmo senza offrire ascolto.

Se i giovani partecipano sui social è anche perché altrove trovano porte chiuse.
La sfida non è giudicarli, ma costruire spazi dove la partecipazione torni a contare davvero.

loreleca