Gianni Barbacetto

Non hanno imparato niente. Una volta la sinistra cercava di correggere la rotta di fronte a difficoltà ed errori. A Milano invece va avanti come niente fosse. Calo di consensi, proteste, indagini giudiziarie, declino del Modello Milano, crisi di una strategia di sviluppo, aumento delle disuguaglianze, espulsione di 400 mila abitanti che non ce la fanno più a vivere nella città più cara d’Italia. È la crisi più grave dai tempi di Mani pulite. Ma per il sindaco è solo un attacco del nemico: “C’è la volontà di fare male a Milano”, spiega Sala, scambiando il termometro con la febbre, dando la colpa della crisi a chi la racconta. La cura? Tutta in una parolina: “Discontinuità”. È la ricetta del Pd, che propone di cambiare qualcosina, di mandare qualche timido segnale di mutamento, di fare un “cambio di passo”. Parole vuote, naturalmente, perché intanto vanno avanti come prima, anche perché non sanno fare nient’altro di diverso di quello che hanno fatto finora: privatizzare la città, aiutare gli sviluppatori immobiliari, aumentare il consumo di suolo, dimenticare il bene comune. Giuseppe Sala fa dell’ironia: “Discontinuità? Quando la destra è al governo non continua a invocare discontinuità. A sinistra evidentemente siamo più furbi. Molto più furbi”. In effetti, invocare “discontinuità” dovrebbe voler dire prendere le distanze dal modo di amministrare che è stato praticato finora, ammettendo gli errori commessi e cambiando rotta, programmi, nomi. Invece è una strana “discontinuità continua” quella che piace al Pd milanese. Gattopardismo minimo, cambiare poco per cambiare niente. Alla fine, arriva lo spirito guida di Sala, Matteo Renzi, a dire la parola definitiva: “La discontinuità a Milano di cognome fa Salvini, quindi chi ne parla gli fa un regalo”. È la vecchia minaccia di una certa “sinistra”: se ci criticate, aprite la strada alla destra. Il Pd milanese incassa in silenzio: è il più masochista d’Italia. Ogni volta che chiede a Sala un segnale, un cambiamento, una poltrona, il sindaco risponde picche, i dem si prendono gli schiaffi e si ritirano felici come Fantozzi. L’ultimo caso: il rimpasto. Rito democristiano che funzionava nella Prima Repubblica e che a Milano si è tradotto in un simpatico “rimpastino”. L’assessorato all’urbanistica è rimasto alla vicesindaca Anna Scavuzzo (Pd), a cui viene tolta l’edilizia scolastica. Il Piano casa era già finito al delfino di Sala, Emmanuel Conte. Ora, dopo una estenuante trattativa durata mesi, ecco spuntare un nuovo assessore, Marco Mazzei: fedelissimo di Sala e fan della vendita di San Siro, avrà la delega a Spazio pubblico, politiche dell’arredo urbano e piazze aperte: bastava un dirigente di medio livello, ma così ora Sala si rafforza nel Palazzo, con quattro assessori su dodici. Anche la Sicurezza, che il Pd voleva assegnata a un suo esponente, resta nelle mani di Sala che però, come suo solito, infioretta l’operazione con una pioggia di consulenti: un quadrumvirato composto dal comandante della polizia locale Gianluca Mirabelli, l’assessore Marco Granelli, l’ex questore di Sondrio Angelo Giuseppe Re e Tullio Mastrangelo, ex comandante della polizia locale di Milano ed ex assessore leghista ad Arona. Più uno: il professor Roberto Cornelli, già segretario metropolitano del Pd e oggi docente dell’Università Statale, che coordinerà un ennesimo Osservatorio. Mancano solo Batman e Gabrielli. I Verdi, dopo aver minacciato l’uscita dalla maggioranza in mancanza di “discontinuità” su urbanistica, casa, traffico, restano sereni in giunta accontentandosi di un inutile delegato ai giovani. Felice anche il Pd ambrosian-masochista, che incassa un rimpastino così sottile che si taglia con un grissino. L’unico a gridare che il re è nudo è Carlo Monguzzi: “Questo rimpastino è una pagliacciata, il Gattopardo in confronto a Sala era un dilettante. I finti verdi rimangono incollati al loro posto. In confronto a questa maggioranza, la vecchia Dc era un partito di hippy trasgressivi”.