
Il futuro del ciclo dei rifiuti a Genova è entrato in una fase decisiva. Le scelte che verranno compiute oggi produrranno effetti strutturali su ambiente, territorio ed economia per i prossimi decenni. Continuare a rinviare non è più possibile: serve una direzione chiara e una responsabilità politica esplicita.
Le parole di Fabio Ceraudo, presidente del Municipio Medio Ponente, riportano il dibattito al punto centrale: bruciare non è valorizzare. L’incenerimento distrugge materia, non crea filiere industriali e lascia comunque scarti pericolosi da smaltire. Non è una strategia di sviluppo, ma una scorciatoia.
Esiste però un’alternativa concreta, già realizzata in Italia. L’esperienza di Capannori, in Toscana, dimostra che si può chiudere il ciclo dei rifiuti senza inceneritori: raccolta differenziata spinta, riduzione a monte, coinvolgimento dei cittadini e più occupazione locale. Gli impianti di combustione previsti non sono mai stati costruiti perché resi inutili da un sistema efficiente e virtuoso.
A Genova, al contrario, il rischio è quello di puntare su un grande impianto di termovalorizzazione, con ipotesi localizzative come Scarpino o la Val Bormida. Una scelta che scaricherebbe sui territori più fragili il peso di un modello superato, che non valorizza le risorse locali e rischia di bloccare per decenni qualsiasi evoluzione verso l’economia circolare.
Il nodo non è solo tecnico, ma profondamente politico. Genova produce circa il 40% dei rifiuti della Liguria: proprio per questo può e deve guidare il cambiamento, investendo su riduzione, riuso, riciclo avanzato e lavoro. Puntare sulla differenziata significa puntare sulle persone, non su una macchina che concentra pochi posti di lavoro e molti rischi ambientali.
Valorizzare i rifiuti vuol dire valorizzare i territori liguri e chi li abita. Come a Capannori, anche a Genova si può fare. Ma serve coraggio politico, la capacità di scegliere una strada chiara e di guardare al futuro, non alle scorciatoie del passato.
loreleca
