È passato un anno dal decreto con cui il Governo annunciava una svolta decisiva sul problema delle liste d’attesa nella sanità pubblica. Nei fatti, però, per milioni di cittadini non è cambiato nulla. Le attese restano lunghe, spesso incompatibili con il bisogno di cura, e sempre più persone sono costrette a rivolgersi alla sanità privata.

La domanda è semplice quanto scomoda: chi non può permetterselo deve rinunciare alla propria salute?

La deriva non nasce oggi. Già nel 1999 la riforma Bindi introdusse l’intramoenia, ovvero la libera professione dei medici all’interno delle strutture pubbliche. Il principio era chiaro: pagando una quota aggiuntiva si poteva scegliere il professionista e accedere a servizi alberghieri migliori, ma senza alcun diritto di scavalcare le liste d’attesa.

Col tempo, però, questo principio è stato svuotato. Prima in modo strisciante, poi sempre più apertamente, si è affermata una prassi inaccettabile: chi paga viene curato prima. Nessuno si stupisce più se un paziente viene messo di fronte a un bivio: mesi di attesa nel percorso pubblico o pochi giorni passando dall’intramoenia.

Si tratta di una distorsione evidente, che contrasta con lo spirito della legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale e con i principi costituzionali di uguaglianza e diritto alla salute. Eppure viene tollerata, quando non apertamente legittimata da scelte politiche regionali.

Negli ultimi mesi, ad esempio, la Regione Lombardia ha aperto all’utilizzo di spazi e servizi degli ospedali pubblici da parte di fondi sanitari integrativi e compagnie assicurative. Una scelta che solleva interrogativi pesanti: è accettabile usare risorse pubbliche per attività private mentre le liste d’attesa del Ssn continuano ad allungarsi?

Il rischio è evidente ed è già sotto gli occhi di tutti: una sanità a doppia velocità. Chi ha una polizza o può pagare di tasca propria cura e previene. Chi non può aspetta, rinvia, soffre in silenzio. E spesso, nel frattempo, peggiora.

Eppure la sanità pubblica la paghiamo già. La paghiamo ogni mese in busta paga e sulle pensioni. La paghiamo come diritto universale, non come servizio opzionale. Poi la ripaghiamo ancora, se vogliamo o possiamo curarci in tempi accettabili.

Due volte, per un diritto che dovrebbe essere garantito una volta sola.

Di cosa abbiamo ancora bisogno per rendercene conto? Non servono decreti-annuncio o slogan rassicuranti. Serve una scelta politica chiara: fermare gli abusi, ristabilire l’equità, investire davvero nel servizio pubblico. Perché una sanità che discrimina in base al reddito non è più un diritto. È un privilegio.

Loreleca