
Federico
Geremicca
Lei è la leader del partito di gran lunga più forte all’interno del sempre più chimerico “campo largo”; lui, invece, secondo i sondaggi, è considerato (dagli stessi elettori di centrosinistra) il miglior candidato per sfidare Giorgia Meloni. Lei non ha grande esperienza, essendosi riavvicinata alla politica per salvare un partito agonizzante dopo la sconfitta del 2022 (nel gennaio del 2023 i sondaggi quotavano il Pd al 14%); lui, invece, è stato due volte presidente del Consiglio e resta l’uomo che – in mezzo alle onde alte della pandemia – ha chiesto a ognuno di noi rinunce delle quali non ci saremmo mai detti capaci, entrando per mesi via tv nei salotti e nelle cucine, quasi uno di famiglia, ogni giorno con notizie a volte buone ma assai più spesso cattive.
Basterebbe questo a definire le difficoltà irrisolvibili di un rapporto – quello tra Elly Schlein e Giuseppe Conte – che difficilmente potrà andare oltre la convenienza, la diffidenza e la competizione. Ma aggiungiamoci qualcos’altro. Lei è una donna dichiaratamente di sinistra, lui fatica a dichiararsi progressista; lei ha come bandiera la difesa di tutti i diritti civili, ai quali ha aggiunto battaglie sulla sanità ed il salario minimo; lui è il premier dei decreti sicurezza e – più che promettere – ha già dato a milioni di italiani reddito di cittadinanza e superbonus edilizio (provvedimenti discussi, certo, ma dei quali chiunque ha potuto ha goduto). E se vogliamo stare all’attualità, lei è schierata in difesa dell’Ucraina mentre lui chiede la fine dell’invio di armi, senza le quali la Russia avrebbe già finito il suo lavoro. Non precisamente dettagli.
Sì dirà: tutto questo è noto da tempo. È vero: ma si ipotizzava che contrasti e differenze sarebbero poi stati in qualche modo limati. Invece, tra un paio di mesi saranno tre anni dall’avvento di Elly Schlein alla segreteria Pd e il quadro si è perfino complicato. Il dato potrebbe apparire poco rilevante: e invece è ormai evidente che la possibilità per il centrosinistra di sfidare attendibilmente la premier in carica, passa attraverso la soluzione – in un modo o nell’altro – di questo rapporto. Si dirà ancora: ma manca almeno un anno per arrivare al voto. È vero: ma ne sono passati più di tre dall’ultima debacle e le cose stanno precisamente come stavano. Se non peggio.
Da qui alle prossime elezioni politiche accadranno cose che potrebbero perfino appesantire ulteriormente la tenuta del “campo largo”: a cominciare da una possibile nuova legge elettorale. È per questo che dalle parti del centrosinistra sarebbe venuto il momento di esplicitare finalmente – al di là di chiacchiere oggi insensate su programmi e orizzonti – che il primo nodo da sciogliere riguarda la leadership: che resterà un rebus finché, appunto, non sarà in quale modo risolto il problema di due leader in evidente competizione tra loro: due leader che – più che legittimamente concorrenti – sembrano ormai addirittura alternativi.
Può accadere in modi diversi. La via più gettonata pare quella delle primarie, che stavolta però somigliano troppo ad una sorta di «noi non riusciamo, decidete voi». Fossimo militanti di centrosinistra, le sconsiglieremmo: rischiano infatti di mettere in scena – ma stavolta di fronte al Paese e non nel ridotto della cittadella politica – le precarietà e le divisioni che hanno segnato il “campo largo” in questi ultimi tre anni. E accadrebbe, forse, con perfino più asprezza: uno spot gratuito per il centrodestra. Senza contare che uno dei competitor si chiama Giuseppe Conte: grintoso gentleman che, quanto alla politica, ha già dimostrato di esser capace di tutto. Figurarsi disconoscere il risultato di una consultazione autogestita e spesso oggetto di polemiche e ricorsi…
Tradizionalmente, la questione ha uno svolgimento più normale, diremmo scontato: il candidato premier – lo si scriva o meno sulla scheda elettorale – è il leader del partito maggiore della coalizione che vince le elezioni. Stavolta non va così: e dunque si va alla ricerca di una qualche altra soluzione. Qualcuno invoca un “nuovo Ulivo”, un modello vincente. Un’altra via, certo, potrebbe essere questa. Andrebbe però ricordato come nacque il “vecchio Ulivo”: una cessione di sovranità da parte del partito maggiore della coalizione ed un anno di tempo al candidato-premier prescelto (Romano Prodi) per spiegare al Paese quel che voleva fare. Una scelta politica nata come tante altre a tavolino, insomma. Niente di scandaloso o irripetibile. Le primarie, certo, restano un importante strumento democratico: ma decidere in altro modo non è necessariamente un golpe…
Ma anche battere questa via risulta impossibile, se il duello sotterraneo da tempo in corso tra i due leader non troverà una soluzione: somiglia sempre più, per altro, ad un duello suicida, che trasmette al Paese polemiche e divisioni ad ogni curva. A chi si meraviglia dei consensi così stabili al governo Meloni, ricorderemmo una massima politica elementare ma non infondata: per molti cittadini e imprenditori, per la gente normale, la stabilità è già un valore in sé. —
