“Il ministro Nordio ha detto che raccogliere firme è tecnicamente inutile. Sul ‘tecnicamente’ ne parleremo davanti al Tar, ma intanto è come se anche lui ammettesse che almeno ‘politicamente’ la raccolta firme è utile eccome”. Carlo Guglielmi, il portavoce dei 15 cittadini da cui è partita la raccolta firme per il referendum sulla separazione delle carriere, è convinto che non ci si debba fermare qua. L’iniziativa è andata alla grande e in tre settimane ha superato le 500 mila firme necessarie per chiedere il referendum, ma non è il caso di accontentarsi sia per ragioni tecniche che per l’impatto che la mobilitazione potrebbe avere sull’esito della consultazione. Una convinzione confermata anche dai sondaggisti: il Sì è in vantaggio, ma la partita è tutt’altro che chiusa.
Con le firme di ieri siamo arrivati a 535 mila. Superato il mezzo milione, i promotori acquisiscono già uno status rilevante e riconosciuto, che garantirà loro una serie di diritti. Andare avanti nella raccolta però sarà utile, operativamente, anche perché ai comitati promotori è riconosciuto un rimborso elettorale in base alle firme raccolte, dunque più cittadini aderiranno e meglio potranno essere diffuse le ragioni del No. Ma non è tutto. Il costituzionalista Francesco Pallante mette in fila alcuni punti: “Siamo in una situazione in cui la maggioranza cerca di comprimere il più possibile le occasioni di conoscenza e di dibattito sul referendum, col sistema televisivo che fa altrettanto. Perciò è fondamentale il passaparola, l’iniziativa dal basso. Più gira e più è fastidiosa. Rischiamo una delle campagne elettorali più brevi della storia dei referendum, il che è paradossale”.
Lo pensa anche un altro illustre costituzionalista come Antonio D’Andrea: “È importante sfruttare i termini previsti dalla Costituzione, che arrivano fino al 30 gennaio anche se i promotori avranno bisogno di qualche giorno di anticipo per i controlli e le questioni burocratiche. Più si va avanti e più si dà forza a questa sollecitazione popolare. È utile rafforzarla anche per marcare la differenza con la richiesta di referendum avviata dai parlamentari”. E poi, arrivare a numeri alti “è funzionale alla presa di coscienza del tema” in vista del voto: “Parliamo spesso di astensionismo, è un bene se più persone possibile vengono informate e coinvolte”.
Proprio l’affluenza sarà un tema chiave su cui si giocherà il risultato del referendum. Tutti i sondaggi finora sono concordi nel dare il Sì davanti al No, anche se con margini diversi (Ipsos di Nando Pagnoncelli dà soltanto 6 punti di vantaggio per il fronte a favore della riforma). La Supermedia Youtrend ha messo insieme e armonizzato i dati di tutti i sondaggi usciti finora, restituendo un Sì al 58,9 e un No al 41,1 per cento. Lorenzo Pregliasco, uno dei fondatori di Youtrend, interpreta il dato: “Il vantaggio sembra netto, ma è ancora friabile. La vera campagna elettorale ancora non c’è stata, e ancora non c’è quella politicizzazione che inevitabilmente ci sarà. Magari non come nel 2016, ma credo che avvicinandosi alle urne il referendum prenderà la piega di un voto sul governo”.
Ci sono alcuni elementi che indicano una sfida non ancora decisa: “Meloni ha il problema di dover mobilitare circa 10 milioni di elettori, quelli di centrodestra, senza simboli di partito sulla scheda. La cosa è più complicata rispetto al centrosinistra, perché l’elettorato di Fratelli d’Italia e dei suoi alleati è generalmente meno militante e politicizzato rispetto a quello che oggi è all’opposizione”. Al contrario, “è vero che il cosiddetto Campo largo è diviso su una serie di temi, ma è più facile aggregare il suo elettorato intorno a un No rispetto a unirlo su una proposta di governo”.
Antonio Noto, direttore di Noto Sondaggi, spiega che a giorni uscirà con una nuova rilevazione. L’ultima del 2025, precedente al boom della raccolta firme, dava numeri in linea con quelli della Supermedia, 58 a 42 per il Sì. “Ma nei sondaggi incidono molto gli indecisi – ragiona Noto – e coloro i quali dicono che andranno a votare e poi magari stanno a casa. Abbiamo algoritmi per correggere queste variazioni, ma possiamo stimare che l’elettorato più motivato ad andare a votare sia quello riferibile al No”. L’affluenza, teme Noto, non sarà alta: “E quindi rispetto ai sondaggi il Sì potrebbe perdere per strada qualche voto”.