
Dal 1° febbraio la dottoressa Valentina Mordeglia lascerà l’incarico di medico di famiglia ad Albissola Marina. Una decisione comunicata con chiarezza e senso di responsabilità: «Nessun paziente resterà senza medico, io non ho abbandonato nessuno».
Le dimissioni, presentate già a dicembre, sono una scelta personale e molto sofferta, ma che – nelle parole della stessa dottoressa – deve anche aprire una riflessione sulle condizioni di lavoro in cui oggi operano i medici di medicina generale.
Quattro anni sul territorio e 1.500 assistiti
Entrata dopo il pensionamento del dottor Calvi, la dottoressa Mordeglia ha seguito per quattro anni i pazienti di Albissola, diventando un volto familiare per circa 1.500 assistiti. Dal primo febbraio continuerà a lavorare in ambito privato, facendo valere il master in nutrizione, ma interromperà – almeno per ora – la carriera nella medicina generale convenzionata.
«Giornate da 10-12 ore, più domiciliari: i problemi non finiscono mai sotto i riflettori»
Il suo racconto descrive con concretezza una realtà spesso poco visibile: giornate da 10 a 12 ore in ambulatorio, a cui si aggiungono le visite domiciliari. «Solo ieri due corse in macchina per andare a domicilio», racconta. Prima di prendere la decisione, spiega di aver cercato un sostituto e che anche l’ASL ha provato a individuare qualcuno disponibile a subentrare. Senza esito: «Nulla. Medici non ce ne sono».
Il punto, aggiunge, non è solo numerico: «Ci sarebbero dei giovani, ma non a queste condizioni». Tra le criticità evidenziate, la dottoressa indica la necessità di ridurre la burocrazia e di rendere più semplici i canali di comunicazione con gli specialisti, oltre a una maggiore collaborazione tra medici del territorio, ospedale e dirigenza sanitaria.
Partite IVA senza tutele
Un passaggio centrale riguarda la natura del rapporto di lavoro: «Noi medici siamo una partita IVA, non ci sono ferie, non c’è malattia». Una condizione che pesa, soprattutto quando si sommano carichi amministrativi e richieste crescenti, in un equilibrio sempre più difficile tra vita privata e lavoro.
Il rapporto con i pazienti e la fatica della comunicazione
Nonostante la scelta, l’addio è segnato da emozione e malinconia. La dottoressa respinge l’interpretazione di un’uscita “fredda” o improvvisa: «Non mi è piaciuto che qualcuno abbia interpretato la mia scelta come un “vado via, saluti e baci”. Non è così, le ho provate tutte».
Resta forte il valore del legame umano: «Questo lavoro è bellissimo: si entra in contatto col paziente, con la persona. La gente ti fa entrare nella propria casa, ti apre la sua intimità». E sul tema del tempo sottratto alla relazione: «Se avessi meno moduli, meno fogli, avrei più tempo per ascoltarli».
In questi giorni sta parlando direttamente con i suoi assistiti, uno per uno. Ha inviato anche un messaggio tramite piattaforma, ma lo definisce inevitabilmente “asettico”, vista la platea di 1.500 persone. Il resto, dice, «ce lo stiamo dicendo viso a viso».
Una scelta individuale che apre una riflessione pubblica
La decisione della dottoressa Mordeglia è personale, ma il suo racconto mette in evidenza un tema più ampio: la sostenibilità della medicina di base e la tenuta della sanità territoriale. Quando un medico giovane, formato e radicato sul territorio sceglie di fermarsi, la domanda non riguarda solo un percorso professionale, ma l’organizzazione complessiva del servizio e la capacità di garantire continuità e qualità delle cure.
