Il valore delle terre rare e dei territori che le ospitano non si misura sul piano del profitto immediato, ma su quello strategico e geopolitico. È questo il punto che troppo spesso viene semplificato o rimosso dal dibattito pubblico.

La presenza di decine di sottomarini russi nelle aree artiche e sub-artiche, così come la crescente proiezione globale della Cina, spiegano perché gli Stati Uniti guardino con attenzione a territori come l’Alaska e la Groenlandia: non per un ritorno economico rapido, ma per il controllo di lungo periodo.

Il problema non è solo possedere le risorse, ma poterle estrarre e utilizzare. Terre rare, uranio, oro e altri metalli strategici si trovano spesso in aree estreme, prive di infrastrutture, con costi elevatissimi e tempi lunghi di rientro degli investimenti. In Groenlandia, ad esempio, si stimano enormi quantità di materiali strategici, ma i giacimenti realmente operativi sono pochissimi, proprio per le difficoltà operative.

Il nodo centrale è rompere il monopolio cinese. Oggi Pechino controlla circa il 60% dell’estrazione mondiale delle terre rare e oltre il 90% dei processi di raffinazione, dominando l’intera catena di approvvigionamento globale. Un controllo che viene utilizzato come vera e propria arma geopolitica.

Non a caso la Cina tende a mantenere bassi i prezzi delle terre rare, rendendo anti-economici gli investimenti alternativi nel resto del mondo. È una strategia già vista: trent’anni fa l’estrazione era concentrata soprattutto negli Stati Uniti, poi il mercato libero si è ritirato perché non redditizio e troppo impattante. La Cina, con una visione statale di lunghissimo periodo, ha occupato quello spazio.

Un divario che oggi non si recupera in pochi anni. Ed è qui che emergono i limiti strutturali delle democrazie di mercato: le grandi aziende rispondono agli azionisti, non alle strategie geopolitiche. Investire in territori complessi, instabili o poco redditizi non rientra nella loro logica.

L’autocrazia, al contrario, può permettersi investimenti in perdita per decenni, senza dover rendere conto a nessuno. È questo il vero vantaggio competitivo del modello cinese.

Anche le posizioni di Donald Trump, spesso liquidate come rozze o ideologiche, vanno lette in questa chiave: controllo territoriale, autonomia strategica, riduzione delle dipendenze. Non è solo una questione economica, ma di potere e sicurezza.

La vera domanda, oggi, è se l’Occidente sia disposto a correggere il proprio modello, accettando investimenti pubblici di lungo periodo per sostenere filiere strategiche, oppure se continuerà a rincorrere una competizione globale giocata con regole profondamente diverse.

La partita delle terre rare non è tecnica. È una scelta politica.